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Così sembrerebbe a leggere certa stampa… Peccato che, finché le Banche Centrali avranno un bilancio separato da quello del loro Stato di appartenenza, certe compensazioni non sono possibili. Anzi, se vogliamo, le BC godono già dell’invidiabile privilegio di poter indicare i loro attivi al costo e non, come sarebbe più corretto, al prezzo di mercato. Quindi immaginate l’effetto di un aumento dei tassi su 2,3 mila miliardi di Dollari di titoli di Stato USA sul bilancio di una Banca con un capitale sociale di meno di 60 miliardi. Una banca “normale” rischierebbe il fallimento un giorno sì e l’altro pure.
Osservando, ad esempio, il bilancio della FED si può notare come la contropartita dei titoli indicati nell’Attivo corrisponda un credito di terzi (non dello Stato) sotto forma di moneta circolante o più spesso di saldo attivo su un conto corrente. E’ evidente che non si possono annullare i titoli presenti nell’attivo della FED senza intaccare i diritti creditori di terzi.
Le possibilità di utilizzare il quantitative easing (QE) al fine di sostenere il debito pubblico non è illimitata. Come scritto i bilanci di Banca Centrale e Stato sono diversi e quindi anche se vi è certezza del compratore i titoli statali comportano comunque un onere che grava sulle finanze pubbliche. Per cui si può ipotizzare che, qualora lo Stato arrivi a sopportare un onere da interessi superiore alle entrate fiscali al netto delle spese pubbliche ineliminabili, è evidente che si creano i presupposti per l’insostenibilità del debito. In tale ipotesi infatti basterebbe un’asta a vuoto per mandare in potenziale default lo Stato.
Il vero problema del quantitative easing si crea quando lo stesso si ferma. I volumi di debiti creati grazie al QE saranno sostenibili dalla liquidità in essere? Perchè l’effetto del quantitative easing è stato quello di allontanare parte degli investitori (attraverso la leva dei rendimenti) proprio da quei titoli che più avranno bisogno nel momento in cui il QE dovesse finire. Un rischio di rialzo dei tassi non indifferente…
Come indicato in un precedente post potrebbe anche accadere che i tassi salgano nonostante il permanere dei vari QE ossia si potrebbe assistere ad aumenti nei tassi legati al diffondersi di dubbi di solvibilità dei debiti sovrani (nonostante la presenza di un compratore di ultima istanza).
Sul finale citiamo che il rischio maggiore normalmente addebitato alle politiche di quantitative easing è quello di poter alimentare l’inflazione con rischi di accelerazioni indesiderate. Ma considerato l’attuale stato della crescita in molti paesi è un rischio che può essere considerato remoto… per ora.

L’espressione giornalistica “le Borse hanno bruciato miliardi di Euro/Dollari” è foriera di incomprensioni. Ciò che perde la Borsa è capitalizzazione ossia il valore che viene attribuito al complesso delle azioni che in essa vengono trattate. Quindi qualcosa che prima vale X ora vale X meno un tot. Chi ha puntanto sull’apprezzamento ha perso viceversa è andata per chi ha punto sulla perdita di valore. In concreto c’è stato un trasferimento di ricchezza in favore di chi considerava sopravvalutate le azioni e le ha vendute. La ricchezza è stata ceduta da chi si è tenuto le azioni. E’ chiaro che l’entità della perdita di capitalizzazione, racchiudendo in se una valutazione sul futuro, ha un’importanza economica perchè determina delle conseguenze. Infatti, se, e solo se, si guarda alle Borse come un buon indicatore di ciò che accadrà a livello economico allora un forte calo borsistico può scoraggiare sia i consumi che gli investimenti innescando un circolo vizioso per l’economia.
Anche se, anche se…. dopo la crisi 2008 stiamo sperimentando una nuova economia. Grazie all’intervento delle Banche Centrali si è un pò, eufemisticamente, incrinato il legame fra Borsa ed economia reale. I vari programmi di quantitative easing (QE) hanno inondato i mercati di liquidità portando i rendimenti ai minimi storici. I ritorni limitati su molte tipologie di investimenti hanno indotto a loro volta gli investitori ad aumentare la propensione al rischio portandoli ad alimentare un significativo inflazionamento dei corsi azionari di molti mercati. Così abbiamo riguadagnato sui principali indici (Milano non è fra questi) i massimi del 2007 superandoli abbondantemente . La distanza dalla realtà, ora, è tale che, in assenza di ulteriori misure ultra espansive, il ritorno a valori compatibili con l’economia reale sarebbe troppo “violento” è quindi inaccettabile… meglio sperare in ulteriori stimoli (o QE o misure ultra espansive o Abenomics che dir si voglia).
In merito alla “cospirazione” la questione è più complessa. Difficile credere a cospirazioni in un mondo globalizzato che annovera una tale pluralità di soggetti coinvolti. Diverso se, anzichè di cospirazione, si parlasse di “modello di comportamento diffuso” adottato da coloro che possiedono le leve per determinare cambiamenti significativi sui mercati e quindi, a cascata, sulle economie di diversi paesi. Semplicemento accettando e aderendo al modello i soggetti finiscono per adottare scelte che causano effetti che appaiono di per sé coordinati e convergenti. Ad es. l’adesione di molte aziende alla ricerca cieca del profitto di breve termine (in risposta a budget di breve termine) a scapito di ogni altra considerazione può portare a scelte “accomunabili” benché compiute da diversi e non cospiranti Consigli di Amministrazione, questo è naturalmente maggiormente vero in un contesto di de-regolamentazione spinta.

La Borsa è uno strumento nato per consentire alle imprenditori-società di raccogliere capitale per perseguire i loro obiettivi d’impresa. Chi si affaccia alla Borsa quindi partecipa ad un’attività imprenditoriale ossia a ciò che, non per nulla, si definisce capitale di rischio. A differenza di chi presta denaro agli imprenditori (ad es. per il mezzo di obbligazioni) comprando azioni si partecipa in pieno al rischio d’impresa, nel bene e nel male. Per questo motivo le azioni sono più rischiose. In ragione di questo maggior onere  l’investitore beneficia di un’aspettativa di rendimento superiore, secondo il principio “maggior rischio maggior rendimento atteso“. In pratica una volta pagati i fornitori, le banche e gli obbligazionisti agli azionisti dovrebbe rimanere un guadagno superiore (incorporato nel prezzo dell’azione e/o distribuito sotto forma di dividendo). Ciò è vero soprattutto se si partecipa da subito a una nuova impresa che avrà successo e finché non inizierà la sua naturale fase di declino. Immaginate quante cose possono accadere nel mentre e avrete una certa percezione del rischio a cui ci si espone quando si compra un’azione.
Dopo la fase di primo collocamento, in cui i soldi passano dall’investitore all’imprenditore che chiede di partecipare alla sua attività, la Borsa vive di mercato secondario. Stiamo parlando degli scambi giornalieri che avvengono fra investitore e investitore in base alle aspettative di ciascuno sul giusto prezzo (fair value) che ogni singola azione dovrebbe avere. Chi vende si aspetta che l’azione che sta cedendo non varrà in futuro di più mentre chi compra fa, naturalmente, la valutazione (mi stava scappando “scommessa”) contraria. Qui si entra nel vivo del rischio degli scambi azionari, un mondo fatto di attese e paure in cui la razionalità ha un spazio limitato e spesso non prevalente. Qui l’investitore può assumere il ruolo di speculatore ossia di colui che agisce, in base a certe aspettative, per lucrare sulla variazione dei prezzi delle azioni e a cui alla fine non interessa neanche troppo l’attività imprenditoriale sottostante e sicuramente non intende fare un investimento di lungo periodo. Normalmente agli speculatori viene attribuito il pregio di fornire liquidità al mercato, ossia facilitare la possibilità di scambiarsi più rapidamente le azioni.
Da quanto scritto risulta chiaro che NON esiste un modo “sicuro” di guadagnare in Borsa benché in alcuni momenti di particolare euforia ciò sembra essere possibile. Ma sono momenti e quando questi finiscono se si rimane con il cerino in mano, il risveglio dal sogno può essere alquanto doloroso.