Le difficoltà della Lira Turca, in essere da diversi anni ormai, hanno subito una forte accelerazione in questi giorni di agosto. Per prima cosa è bene specificare che sono problematiche di ordine politico che si stanno trasformando in seri problemi economici piuttosto che il viceversa.

I mercati speravano che dopo le elezioni di giugno, con la riconferma di Erdogan, il governo turco mettesse in atto alcuni provvedimenti in favore di una stabilizzazione della valuta:

  1. un rialzo dei tassi o comunque non una aprioristica avversione a simile eventualità;
  2. una stabilizzazione della spesa pubblica o comunque il non proseguimento di una linea fiscale espansiva a debito;
  3. il riconoscimento dell’indipendenza della banca centrale.

Tre elementi esposti a titolo di esempio che, se attuati, avrebbero inviato ai mercati il segnale di un governo turco intenzionato a intraprendere un percorso di stabilizzazione della finanza pubblica e della moneta.

Le tensioni con l’Amministrazione Trump (sanzioni e dazi) non hanno aiutato. La Turchia è un paese Nato, ad oggi. Si pone un problema più ampio di relazioni fra Stati Uniti e Russia, Cina ed Iran in cui la Turchia rischia di fare la fine del vaso di coccio. I rapporti economici con l’Europa sono intensi e significativi sia in termini di interscambio commerciale e sia in termini finanziari (vedi allert della BCE su alcune banche della scorsa settimana in cui si evidenziava come in caso di ulteriori svalutazioni della moneta le controparti turche incontrerebbero difficoltà a rispettare i loro impegni).

La persistente svalutazione della moneta ha poi comportato un progressivo aumento dell’inflazione (ormai a due cifre) che dovrebbe presumibilmente accelerare se l’attuale contesto permanesse. Tanto più si tarda a mettere in atto provvedimenti contenitivi tanto maggiore sarà il fio da pagare.

La Turchia è stata segnalata più volte dalla Banca dei Regolamenti Internazionali come un’economia a rischio di crisi del credito essendo anche un paese che ricorre ampiamente ai finanziamenti esterni (più volatili per loro natura) e in cui il livello di indebitamento è ampiamente cresciuto dopo la crisi del 2007. Qualcuno ipotizza già la necessità di un intervento del FMI.

Gli obiettivi di Erdogan, attualmente economicamente poco comprensibili, potrebbero poggiare su un cambio di alleanze che lo porterebbero però ai margini, o persino fuori, dall’infrastruttura finanziaria internazionale Bretton Woods, sulla scia dell’Iran e del Venezuela… paesi però da decenni ai margini e con connessioni economico-finanziarie internazionali più contenute. Chi fornirà la liquidità necessaria a Erdogan per i suoi progetti considerando comunque che l’economia turca non è finanziariamente autosufficiente?

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(Grafico: linea rossa andamento cambio Euro – Lira turca, linea blu andamento cambio Dollaro USA – Lira turca)

La Turchia come altri paesi si è lasciata trasportare dalla deriva che spingeva ad accumular debiti per fare crescita fidando nelle politiche ultra espansive adottate dai più negli ultimi anni. Il cambio di indirizzo della FED, ormai da mesi stabilmente in un percorso di politica monetaria restrittiva, sta costringendo diversi paesi ad adeguarsi o a provare a resistere… e non si parla solo di emergenti. La Turchia si ostina a non adeguare i suoi tassi in un contesto in cui quasi tutti i tassi mondiali sono in salita e in più dovendo gestire una valuta in svalutazione cronica.

Se dovesse persistere un’assenza di prospettive di soluzione per la crisi della lira turca un effetto contagio sui mercati emergenti in primis ma anche sull’Europa (attraverso ad esempio le esposizioni bancarie ma non solo) è più che possibile e in parte già in atto.

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