In prossimità delle riunioni delle principali Banche Centrali proviamo ad approfondire alcuni elementi del contesto complessivo dei mercati.

I dati societari soprattutto americani sono stati buoni e in generale gli indicatori economici delle principali economie sono buoni (USA) o per lo più stabili, anche se c’è una certa aria di rallentamento atteso per i prossimi mesi. Questo ha permesso ai mercati azionari di recuperare parte del terreno perso in febbraio e marzo.

Come scritto nei post precedenti resta il nodo dei tassi… alcuni mercati hanno potuto risalire la china anche in virtù di tassi che si sono un po’ raffreddati (il Treasuries a 10 anni è sceso intorno a 2,8 mentre il Bund è calato sotto 0,3 più che dimezzandosi) per poi ricominciare a salire negli ultimi giorni. A cosa è dovuto il raffreddamento? Qualche tensione geopolitica, una crescita in apparente stabilizzazione, qualche tensione inflazionistica in meno, … in pratica un deterioramento del contesto (la cui intensità saranno i prossimi mesi a pesarla…). Difficile dire quanto tempo occorra e quale sia il livello dei tassi globale oltre il quale il valore assoluto di interessi pagato dagli agenti economici (imprese, mutuatari, etc.) cominci a produrre effetti negativi decretando la fine del ciclo del credito ed innescando quei circoli viziosi che comprometteranno anche il ciclo economico.

In parte sembra che sia ripartita la macchina del rischio… ossia una certa ripresa dei corsi che poggia su riduzioni “ricercate” della volatilità (il Vix è sceso nuovamente in zona 11). Sembra che la lezione di febbraio non abbia abbastanza impressionato… Forse la vera ragione si può ricercare nel fatto che resta ancora della liquidità in cerca di rendimento purché sia.

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Un leggero apprezzamento del dollaro (da 1,25 a 1,18 verso l’Euro) ha poi prodotto un certo rallentamento sui mercati emergenti (vedi grafico Msci Emerging Mkt sopra) anche sulle emissioni “emergenti” in dollari sembrano esserci tensioni. Ciò ha probabilmente contribuito ad alcune svalutazioni importanti…

  1. il Real Brasiliano è passato da 3,15 a 3,85 rispetto al dollaro (consumando buona parte del recupero post 2016 quando arrivò a 4)… Il Bovespa ha perso un 15% nell’ultimo mese (giovedì è arrivato a perdere oltre il 6 per poi recuperare). Occorre ricordare che prima di questo mese difficile, dai minimi del 2016, il Bovespa è cresciuto di oltre il 120%. Le tensioni brasiliane sono poi sempre legate a questioni politiche (indebolimento del governo Temer).

  2. il Peso Argentino è passato da 20 a 25 rispetto al dollaro in poco meno di due mesi (la sua banca centrale ha dovuto alzare i tassi di 12,75% al 40% per contenere la situazione). L’Argentina ha raggiunto con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) un accordo per un prestito da 50 mld vedremo nei prossimi giorni se sarà sufficiente a tranquillizzare i mercati. L’Argentina dovrebbe aver raggiunto con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) un accordo per un prestito da 50 mld. Solo lo scorso anno il centennale argentino è andato a ruba (7,125% 06/2117 $).

  3. la Lira Turca… non è bastato anticipare le elezioni presidenziali a giugno e quasi sembrava non bastare né il primo né il secondo rialzo dei tassi dopo anni … contro il dollaro in un anno siamo passati da 3,5 a 4,5… deficit pubblici importanti, capitali in fuga e incertezza politica non sono un buon mix per un’economia che dal credito estero dipende in modo significativo;

  4. In misura minore qualche turbolenza valutaria ha colpito anche alcuni paesi asiatici (India e Indonesia ad esempio)

Interessanti, a proposito del dollaro, i commenti del Governatore Patel (India) (1) (2) secondo cui…“Given the rapid rise in the size of the U.S. deficit, the Fed must respond by slowing plans to shrink its balance sheet” “If it does not, Treasuries will absorb such a large share of dollar liquidity that a crisis in the rest of the dollar bond market is inevitable”. In pratica… la FED non può ridurre il suo bilancio mentre lo stato federale chiede importi importanti sul mercato del debito. I mercati emergenti temono quindi una certa scarsità di dollari (apparentemente paradossale). Dice ancora Patel… “Dollar funding has evaporated, notably from sovereign debt markets. Emerging markets have witnessed a sharp reversal of foreign capital flows over the past six weeks, often exceeding $5 billion a week. As a result, emerging market bonds and currencies have fallen in value”. Cosa che potrebbe spiegare anche un certo apprezzamento del dollaro e un rialzo dei tassi interbancari (come il LIBOR). D’altra parte il deficit annuo americano viaggerà, con Trump, intorno agli 800-900 mld… Possiamo annoverarlo fra gli effetti collaterali dei QE… alimentare degli stock di debiti ad un livello tale che rischiano di assorbire buona parte della liquidità disponibile una volta che le BC avviano seriamente la loro exit strategy e non sono più acquirenti ed anzi, come in questo caso, diventano venditori.
Anche il Governatore della Banca Centrale Indonesia (3) auspica che la FED tenga conto delle esigenze dei mercati emergenti ma estende la richiesta anche a BCE e BoJ… “There are three global players that impact the future of interest rates and exchange rates. Now it’s only the U.S.. That’s why the U.S. and the dollar are king. But next year if Europe starts normalizing, Japan starts normalizing, then I don’t think the U.S. or the dollar will be the only king”.
Tutto ciò ha molto a che fare con la durata del ciclo del credito.

Nel fine settimana si è chiuso il G7 in Canada. Con Trump in carica non poteva essere il classico summit. C’è da dire che il G7 dopo la crisi del 2007-08 aveva già perso parte del suo smalto ed è stato in parte soppiantato dal più ampio ed equilibrato G20. Però la delegittimazione attuata dall’amministrazione Trump (con il ritiro della firma dalla dichiarazione finale) colpisce il modello di globalizzazione per come lo abbiamo vissuto sino ad oggi. Si aprono scenari nuovi… più incerti.
Riportiamo i passi della final declaretion che ci sembrano più interessanti per i temi qui trattati. Rispetto a quelli passati si noterà come sia comunque pervaso dalle istanze sovraniste trumpiane. Così… “We acknowledge that free, fair and mutually beneficial trade and investment, while creating reciprocal benefits, are key engines for growth and job creation. We recommit to the conclusions on trade of the Hamburg G20 Summit, in particular, we underline the crucial role of a rules-based international trading system and continue to fight protectionism. We note the importance of bilateral, regional and plurilateral agreements being open, transparent, inclusive and WTO-consistent, and commit to working to ensure they complement the multilateral trade agreements. We commit to modernize the WTO to make it more fair as soon as possible. We strive to reduce tariff barriers, non-tariff barriers and subsidies.
We will work together to enforce existing international rules and develop new rules where needed to foster a truly level playing field, addressing in particular non-market oriented policies and practices, and inadequate protection of intellectual property rights, such as forced technology transfer or cyber-enabled theft. We call for the start of negotiations – this year – to develop stronger international rules on market-distorting industrial subsidies and trade-distorting actions by state-owned enterprises. We also call on all members of the Global Forum on Steel Excess Capacity to fully and promptly implement its recommendations.
We stress the urgent need to avoid excess capacity in other sectors such as aluminum and high technology”.
La strada per un compromesso è sempre più impervia. In questo contesto si può notare la posizione di difficoltà crescente per l’Unione Europea.

La prossima settimana sia la FED (13 giugno), sia la BoJ (15 giugno) e sia la BCE (14 giugno) parleranno… vedremo la volontà nel procedere o meno nella exit strategy avviata alla chetichella più di un anno fa… sino ad ora senza traumi grazie a “riccioli d’oro”, Trump e all’ondata di liquidità immensa nel sistema nel corso del 2016-17. Quindi resterebbero in “funzione” i soli stimoli fiscali esistenti e potenziali. C’è da chiedersi se lo scollamento globale che la strategia Trump sta producendo a livello globale colpirà anche il relativo “coordinamento” delle autorità monetarie.

Note a margine:

Scrivevamo la scorsa volta… “Sempre sull’Italia si rimane perplessi sulla stabilità e generosità (per il debitore) dei tassi governativi italiani… quanto potrà durare?”. Evidentemente il mercato ha cominciato a riprezzare il rischio Italia… un motivo in più per capire quando Draghi terminerà il suo QE…

Risulta strano come poco si parli di una Deutsche Bank (4)(5)(6) i cui corsi azionari sono a nuovi minimi storici (sotto i valori del 2009). In un momento di mercato relativamente buono per i mercati il titolo ha continuato a scendere. La lunga ristrutturazione, le attenzioni della FED, il taglio del personale, la riduzione del rating (a BBB+ di S&P) e la perdita di redditività non sembrano giustificare l’accelerazione al ribasso perché nessuna è una novità o una sorpresa. Poco credibili poi le voci di fusione con Commerzbank che risulterebbe una manovra diversiva e disperata. Sulla carta Deutsche Bank ha risorse sufficienti per non temere una crisi di liquidità… ma allora?

 

In merito al ciclo del credito può essere utile riportare la tabella periodica della BRI sulle economie a rischio crisi del credito… (in calce al post) …

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