A quattro mesi dalla sorprendente elezione del Presidente Trump le incertezze sul futuro politico ed economico del mondo globalizzato sono aumentate piuttosto che no, nonostante le apparenze.
Prima delle elezioni statunitensi sono accadute alcune cose che hanno contribuito a creare una percezione di un effetto Trump amplificato. Si fa riferimento in particolare al generalizzato rialzo dei tassi a cui abbiamo assistito già a partire da Luglio 2016, ossia quando ancora Trump era considerato (non solo dai giornali) più che altro un potenziale cigno nero.

Occorre, perché importante, tornare con la memoria alla scorsa estate… un periodo in cui si favoleggiava di tassi negativi a lungo, di acquisti più imponenti da parte delle Banche Centrali… di obbligazioni perpetue a tasso zero (!). Quelle speranze hanno alimentato la fiducia degli operatori alleggerendoli dalle paure di inizio 2016 (ma che pesavano sul clima dei mercati almeno dall’Estate 2015). Quasi per magia le paure spariscono… tutto scoppia in una bolla… di sapone. Forse anche grazie a una decisa iniezione di credito (vedi grf 1) in Cina, allora fonte di serie, e probabilmente non infondate, preoccupazioni. Forse anche grazie a Draghi che nel marzo 2016 annunciò che avrebbe iniziato a comprare obbligazioni corporate donando al mercato delle obbligazioni ad alto rendimento (HY) una nuova giovinezza (vedi grf 2).

RISERVE CINA(Grf 1 -Riserve valutarie Cine e variazione mensile Credito Aggregato Cina  fonte: Bloomberg)

HY GLOB(Grf 2 – Indici Bloomberg HY corporate EUR, USD, Globali e Emerg USD)

Un mercato azionario destinato ad entrare, dopo sette anni di sostanziale salita, in una fase “orso” si è sorprendentemente riposizionato in un rimbalzo pirotecnico infischiandosene di una significativo aumento dell’incertezza politica, quindi economica (Brexit, Trump, Italia, Banche, materie prime, guerre valutarie,…). Un anno, il 2016, anomalo non per le cose accadute ma per le conseguenze che queste hanno prodotto in netto contrasto con le interpretazioni, le cautele, i ragionamenti sui nessi economico-finanziari diffusi sui mercati prima che i fatti medesimi accadessero. Certo nel frattempo non siamo entrati in una fase recessiva e il contesto economico si è stabilizzato in alcuni luoghi (Cina e USA) mentre ha provato ad accelerare altrove (Europa?); difficile dire se ciò sia stato ottenuto però in virtù delle azioni emergenziali più sopra citate oppure grazie ad una forza endogena della fase di crescita in atto.
In settembre le BC “deludono” chiudendo le porte ad ulteriori misure espansive. Anzi, con sfumature diverse ogni autorità monetaria assume un atteggiamento più prudente, quasi “restrittivo”. I mercati sembrano fare però per lo più spallucce, dimentichi forse del vero motore all’origine dei rialzi obbligazionari e, di conseguenza, azionari degli anni 2012-2015. Altra anomalia… i mercati forse vogliono salire sia durante le fasi espansive e sia durante le fasi restrittive. Possibile? Credibile?

Un altro evento di rilievo che origina a prima di Trump è il forte e diffuso aumento dell’inflazione nei principali paesi. Come mostra il grafico sotto, nel giro di pochi mesi, l’inflazione accelera significativamente. Ciò è in buona parte giustificato dal recupero dei prezzi delle materie prime (soprattutto del petrolio) dei mesi precedenti. Il movimento è comunque imponente e graficamente più impetuoso di quanto avvenuto sugli indici delle materie prime evidenziando una certa divergenza rispetto ai comportamenti passati.

bcom inflaz(Grf 3 – Indici CPI di diversi paesi e Bloomberg Commodity Indx BCOM, riga nero marcato – fonte: Bloomberg)

Un movimento inflazionistico simile, almeno graficamente, a quanto accaduto nel 2007-08 o nel 2009 dopo la  “Grande Paura”. Si noti anche come la linea della Cina (viola) sia meno impetuosa rispetto al passato (la qual cosa giustificherebbe in parte la “stazionarietà” del BCOM). Un movimento dell’inflazione che ha costretto Draghi ad ammettere che l’emergenza deflazionistica è superata per cui sarà più difficile mantenere i livelli di facilitazioni monetari raggiunti, anche se l’inflazione dovesse solo stabilizzarsi. L’emergenza è forse superata ma alcune problematiche strutturali restano.

Arrivato Trump le carte si rimischiano. Nuove promesse. La magia delle BC viene sostituita da altre… un mega piano infrastrutturale (per lo più si spera (!) in deficit) e pirotecnici vantaggi fiscali (riduzione delle tasse, soprattutto quelle societarie). Ma Trump è anche un nuovo modo di vedere l’economia… basta globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta sin qui! Prima gli interessi americani e poi gli altri. Si parla di un neo-protezionismo, neo-sovranismo… comunque sia… potrebbe significare tempi duri per le istituzioni globali multilaterali (dal WTO all’Onu) e per i principali esportatori mondiali (Cina, Germania,…).
I primi effetti del nuovo corso si sono registrati al G20 dei banchieri e ministri finanziari di Baden Baden in Germania. Già gli ultimi incontri erano stati “aperti” alla possibilità che ognuno facesse un po’ a modo suo… (su politiche monetarie e fiscali) ma nell’ultima riunione le divergenze sono state tali che… se non siamo al “ognun per sé” poco ci manca. Nessun impegno a non intraprendere misure protezioniste e poche promesse in merito al controllo dei cambi. Per il resto… as usual.

Ma i conti non tornano. Il ciclo economico negli Stati Uniti è maturo (disoccupazione ai minimi, fiducia dei consumatori ai massimi come la capacità produttiva) come in Germania (si vedano ultimi PIL e IFO). La Cina risente da tempo degli effetti di una fase di sovrapproduzione e sta cercando di trasformarsi in un’economia che fa più affidamento su consumi interni e servizi rispetto alle esportazioni, dovendo però gestire al contempo quello che è probabilmente il più grosso e veloce accumulo di debiti degli ultimi duecento anni (il calo delle riserve estere, i deflussi e l’indebolimento del cambio sono segnali di difficoltà non casuali). Peraltro, quasi tutti i paesi “sviluppati” hanno comunque lavorato in deficit anche quelli che avevano contesti di crescita buona. Per cui, nei prossimi mesi, occorrerà capire quanto sia forte e sostenibile l’attuale ciclo economico al netto degli elementi “dopanti”. I segnali provenienti dalle materie prime non sono incoraggianti… il Bloomberg Commodity Index si è indebolito e in ogni caso rimane sotto i valori medi del 2015, quando eravamo in pieno fenomeno deflattivo. Gli indicatori di fiducia e i PMI hanno recuperato invece molto e segnano un tempo discreto… tutti elementi da confermare perché i prezzi di molte attività prezzano già molte speranze. Le difficoltà intrinseche del 2014-15 non sono state superate… al più si può ignorarle per un po’.

Le prime mosse dell’amministrazione Trump restano incerte e parzialmente deludenti. Il ritiro del legge di riforma dell’Obamacare è sintomatico di quella problematicità che già si anticipava in precedenti post: il partito repubblicano e Trump non sono una cosa sola, anzi. Nel frattempo si è compreso che parte delle riforme trumpiane richiederanno più del tempo del previsto. Il cuore della proposta resta la riforma fiscale e la reale natura che essa assumerà… se l’amministrazione Trump non riuscisse a recuperare terreno su questo punto nelle prossime settimane l’effetto delusione potrebbe diventare più significativo. I diversi tentativi del tasso decennale dei Tresuries di superare quota 2,60 sono falliti segnalando una certa incertezza e perdita di slancio, ritorni a livelli inferiori a quota 2,30 segnalerebbero maggiori problematiche.

L’Europa? L’interrogativo resta… dopo Brexit non si vede il colpo di reni si vede solo la volontà di limitare i danni e provare a tenere in piedi la baracca finché passano le elezioni… Comunque sia, restano da risolvere il nodo italiano, quello greco, quello turco, quello est-europeo, etc.. Ma la vera domanda è… quale Unione Europea si vuole? Ancora non si è capito… e, soprattutto, chi pagherebbe i costi di una maggiore integrazione?

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