Sembrava troppo sperare che, dopo i patemi greci, si riuscisse ad arrivare ai giorni caldi delle Banche Centrali (BC), dal 3 al 16 settembre, senza particolari scossoni. La FED ha condiviso la sua forward guidance con un tale anticipo che, ad un certo punto, la PBoC deve aver deciso di anticiparla, spiazzandola. La domanda base è: arriva il bear market?
Ora che si fa? Si devono essere detti nel board della FED. Non tagliare i tassi, a questo punto, sarebbe una perdita di credibilità e ci esporrebbe a rischi non indifferenti in caso di caduta in recessione dell’economia. Tagliare i tassi, d’altro canto, rappresentando la sanzione della fine del periodo di misure ultra-espansive, rischia di creare turbolenze difficilmente controllabili sui mercati globali. La difficoltà risiede anche nel fatto che, a causa del meccanismo dei “lanci e rilanci” insiti nelle misure ultra-espansive in atto, la scelta della FED determinerà una serie di reazioni a cascata che potrebbero non essere facilmente gestibili da tutti (per esempio cosa accadrebbe alla Swiss National Bank?). Quando Draghi ha iniziato il suo QE parecchie altre BC hanno dovuto in qualche modo intervenire…

Le perdite registrate dai mercati in agosto sono la manifestazione concreta dell’incertezza che pesa sui mercati. Analizzando i movimenti agostani dei mercati si può sintetizzarli così: perdita di livelli di supporto importanti (es. i 2000 punti per lo S&P) con volumi consistenti, sopra le medie del periodo (ad agosto!). Quindi è corretto non sottovalutarne l’importanza. In pratica, sono state delle correzioni che sono durate un giorno di troppo per cui è mancato il recupero che negli ultimi anni, normalmente, arrivava provvidenziale da qualche BC.
In particolare la giornata del 24 è stata fra le più volatili da Lehman, neppure un anno dopo la giornata di alta volatilità del 15 ottobre dello scorso anno. Non guasta ricordare che, in quel caso, fu necessario l’intervento di ben quattro BC per fermare il meccanismo di discese auto-alimentanti che stava per scattare… un passo in più nella volatilità e non lo si sarebbe più fermato, fino alla fine del riequilibrio. Fino all’eliminazione dell’eccesso di debito globale (?). Quello che forse rischia di non essere stato evitato in questo frangente.
Oltre ai livelli di alcuni mercati (S&P500, Dax, Nikkei, Shangai Comp, Bovespa,…) anche altri elementi “convergono” nel disegnare uno scenario di bear market (vedi). Fra questi i più significati: la caduta delle materie prime, quella del commercio mondiale, le continue svalutazioni monetarie, il calo dei prezzi delle obbligazioni più rischiose (HY), gli effetti degli eventi precedenti sui mercati emergenti, etc. Tutti elementi che danno all’attuale momento di instabilità dei mercati un livello di problematicità più “profonda” di quanto avvenuto lo scorso anno, per cui risulta più arduo arrestarne gli effetti auto-alimentanti.

Anche le autorità cinesi sono di fronte ad alcuni trade-off problematici. Nel tentativo di limitare la veemenza del rallentamento economico, dopo aver tagliato più volte i tassi e le riserve obbligatorie, si sono decise a procedere alla prima svalutazione, sorprendendo i più. Ciò, d’altro canto, espone la Cina ad un rischio di deflusso di capitali che può compromettere il tentativo stesso di rilanciare l’economia. Occorre ricordare, a questo punto, l’impetuosa crescita del credito privato che ha vissuto l’economia del Dragone negli ultimi anni e l’effetto che la svalutazione può avere in questo ambito. Quindi… svalutazioni abbinati ad eccessi creditizi… uguale… sostanziale stretta creditizia. Questo vale per buona parte dei paesi emergenti.
Il tentativo, poi, di “gestire” la velocità e l’intensità della svalutazione porta a consumare quelle riserve valutarie accumulate negli anni; come, inoltre, risultano “costosi” i numerosi interventi diretti sui mercati azionari. Non possono durare molto.
L’utilizzo delle riserve, nel caso cinese, significa per lo più vendita di titoli denominati in $ (prevalentemente Treasuries). Questo fattore, viste le dimensione del portafoglio cinese, rischia di determinare un rialzo dei tassi americani (traducendosi in una sostanziale stretta creditizia…). Se poi si considera che la svalutazione cinese, costringendo i suoi competitor a “limitare i danni”, determina altre svalutazioni valutarie su molti paesi emergenti ed a un impiego delle rispettive riserve (in cui i Treasuries fanno la parte del leone) cosa che tenderà a produrre un effetto finale amplificato. Un bel problema per la FED…

Quali misure restano alle Banche Centrali per impedire che quanto sta accadendo degeneri ulteriormente? Fino ad ora non si sono ancora concretizzate crisi creditizie insanabili; qualora ciò accadesse si assisterebbe ad un salto di qualità (in negativo) nella crisi. Gli strumenti a disposizione delle BC si sono progressivamente ridotti, come si è ridotta l’efficacia nel tempo delle misure via via adottate (il QE di Draghi si è “spento” in cinque mesi). Cosa si inventeranno e quanto tempo ci farà guadagnare?

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