Il dramma greco continua alimentando o semplicemente coprendo un altro evento forse più rilevante… il generalizzato aumento dei tassi sui titoli di stato. Così il decennale USA dal 1,65% di gennaio ora si muove nell’intorno di 2,35%; quello giapponese è passato da 0,2% a 0,45%-0,5%; il Gilt (UK) da 1,3% a 2% e infine il Bund, in pieno QE, si è mosso da 0.05% a 1%. Questo accade in un momento in cui numerose manovre ultra espansive a livello globale sono in corso o sono state appena varate. Quali le ragioni di una simile incongruenza?
La crepa nella diga temporale creata dai QE, a protezione dell’immane massa debitoria globale, si amplia. Gli interventi ripetuti e sempre più ravvicinati delle Banche Centrali (BC) non sembrano bastare più. Ad esempio, nonostante gli acquisti della BCE e gli acquisti a copertura del rischio greco il Bund è passato da mezzo punto a quasi l’uno percento in circa due giorni (!). Come è possibile? La potenza delle BC si è esaurita? Nonostante l’azione poderosa delle autorità monetarie rendimenti non riescono più a scendere o almeno a stabilizzarsi? Paradossi da eccessi di liquidità in cui gli operatori, sospinti da tempo al top della loro propensione al rischio, si devono adattare ad un numero crescente di mercati sostanzialmente illiquidi e potenzialmente a rischio crash.

I tassi sui titoli di stato sono quindi saliti in modo indesiderato e inatteso, vedremo se il tutto si tradurrà in un temporaneo picco di volatilità oppure in uno scomodo inizio di exit strategy. È ancora presto per dirlo. Potrebbe essere anche una sorta di “suggerimento” del mercato in favore di ulteriori misure espansive: la FED non alza i tassi o addirittura propone un QE4; Draghi o Kuroda rilanciano sui quantitativi oppure la Cina intraprende un altro QE in grande stile (magari arrivando ad acquistare ETF azionari)… dovrebbero essere esagerazioni, dovrebbero (d’altra parte anche il QE di Draghi sembrava ad alcuni un’esagerazione, come anche l’eventualità che il Fondo Pensione Governativo giapponese portasse la sua quota di azionario ad oltre il 50%…). Qualsiasi siano le ragioni del rialzo dei tassi questo potrebbe alimentare ulteriore volatilità ed instabilità. Per determinare quale sarà l’intensità dell’impatto, come scritto altre volte, dipenderà dall’eventuale insorgere, in qualche nodo globale, di una crisi del credito significativa e non più superabile con gli strumenti a disposizione delle BC. Questa eventualità farà la differenza fra una correzione salutare e “aggiustamenti” più profondi.

Come ipotizzato in precedenza (vedi) alla fine la Grecia, nell’intento di guadagnar tempo (in ristrettezza di fondi), ha optato per accorpare i suoi obblighi di giugno nei confronti del FMI posticipandoli alla fine del mese. Non solo. Ha respinto la proposta ultimatum della Ex-Troika spuria (in cui a Juncker, Draghi e Lagarde si sono aggiunti gli ingombranti Merkel e Hollande, sintomo di un’unione ancora troppo a trazione governativa) giudicandola carente, irragionevole, irrealistica, estremista, ricattatoria,  etc. Dopo quattro mesi di presunte trattative, contrariamente alle attese dei mercati, le posizioni delle parti restano alquanto distanti. I punti di “intesa” sono limitati a misure economiche parziali inserite però dalle parti in rispettivi scenari assai differenti se non opposti; misure comunque marginali rispetto al nodo cruciale della riduzione del debito (dalla ex-Troika nemmeno menzionata). Non c’è il tempo per nuove elezioni e il dibattito al Parlamento greco di venerdì dimostra che non c’erano comunque gli estremi per un’approvazione della proposta della ex-Troika.

L’accordo resta complesso da raggiungere. Una delle due parti dovrebbe cedere significativamente in favore dell’altra per consentire un compromesso. Nel caso a “rinunciare” fosse la parte greca ciò comporterebbe molto probabilmente un nuovo governo di coalizione. Nel caso fosse la ex-Troika a “rinunciare” ciò potrebbe portare ad una sorta di contagio di allentamento del rigore nella tenuta dei debiti pubblici nei paesi periferici e da qui possibili effetti negativi sui relativi mercati dei titoli di stato.
Come sostiene Rachman sul Financial Times la mancanza di un’adeguata flessibilità dell’Europa può condannarla alla frammentazione, come stava per succedere già nel 2012. La speranza ragionevole in cui si confida si basa sull’ipotesi che la Grecia sia una problema che si vuole risolvere e non piuttosto l’occasione utile al sistema per risolvere le sue molte incongruenza (soprattutto per le BC visto il vicolo cieco in cui si sono cacciate). Difficile pensare che si arrivi al 30 giugno in sospensione senza danni…. Superata la Grecia resterà comunque il problema della ricerca di un’uscita non turbolenta della trappola della liquidità in cui ci troviamo da troppo tempo.
Varoufakis: “We need a deal soon to avert accident”.
Pare sia arrivata la controproposta greca… (non dissimile dalle precedenti).

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