Dax sotto 9000 lo S&P si allontana da quota 2000. Volatilità in rapido aumento (Vix ben oltre 20…), prezzi in caduta a causa dell’illiquidità di alcuni mercati (soprattutto quello delle obbligazioni ad alto rendimento) e primi sintomi del prevalere dei timori sulle attese. Anche il costante calo del petrolio, considerando le forti tensioni geopolitiche esistenti, certifica uno stato di crisi o il suo approssimarsi. Per chi ci legge da un po’ tutto ciò non dovrebbe sorprendere… sono i segnali dell’approssimarsi di quel picco dei Quantitative Easing (vedi) oggetto di un nostro recente post… l’avvio della exit strategy.
Gli ultimi dati sull’occupazione statunitense, i più che discutibili risultati dell’Abenomics (si veda in proposito uno e due) e le esitazioni di Draghi hanno aumentato probabilmente la consapevolezza che le speranze in ulteriori manovre ultra espansive sono sostanzialmente mal riposte.

Lo sentite il coro? Draghi, Draghi! Difficile però che il Governatore della BCE, dopo quanto dispiegato, in termini di misure ultra espansive, fra giugno e settembre, potrà nel breve aggiungere granché. Certo è stato lui a dire “meglio far troppo che rischiare di far poco” mantenendo viva l’attesa di “qualsiasi cosa serva” ma, facendo caso alle sfumature, nell’ultima conference call lo stesso Draghi ha sottolineato “That’s certainly our task, and we’ve been doing a lot. We have done a lot. Just go back with your memory to the last three years, and even four or five years. We’ve done really a lot to improve the funding conditions, and now of course we are waiting, and we’ve seen some of it”. Tempo, dopo averne donato molto ai mercati è Draghi ad averne bisogno…. Basterà questo fremito di volatilità per spingere Draghi là dove nemmeno nel 2011 osò? Restiamo dell’idea che le difficoltà per la BCE ad ampliare il suo bilancio, oltre quanto già avviato con le ultime manovre, ci sono e non sono facilmente superabili perché legati alla natura stessa dell’Unione Monetaria Europea.

Risulta difficile prevedere gli sviluppi nel breve dei mercati. Molto dipenderà dalla capacità di sopportare senza traumi un livello di volatilità più elevato della recente norma e dipenderà anche dalla liquidità dei mercati in assenza di interventi delle Banche Centrali. Chiaramente dati economici positivi consentirebbero recuperi più rapidi. Risulterà essenziale evitare che la fragilità indotta dall’aumento della volatilità si trasformi in eventi irrimediabili (es. default) o in circoli viziosi. Occorre infatti ricordare che nella crisi del 2007-08 furono proprio i meccanismi di autoalimentazione della crisi a fare i maggiori danni (esempio: il significativo calo delle attività finanziarie causava un indebolimento della patrimonializzazione delle banche, e delle istituzioni finanziarie in genere, che a sua volta determinava un calo degli indici e dei titoli di debito degli stati che garantivo la sopravvivenza delle banche medesime, e così via). Oggi un circolo vizioso potrebbe essere innescato da un rapido calo dei prezzi delle obbligazioni ad alto rendimento (High Yield) a scapito degli indizi azionari oppure da un eccessivo deterioramento delle condizioni dei paesi periferici europei che potrebbe far riemergere il legame deleterio fra Stati e banche (un problema mai veramente risolto). Tanti piccoli focolai scoppiettano appena sotto le ceneri….

Abbiamo scritto in Exit Strategy fugit: “Qualora la situazione dovesse virare nuovamente verso un brusco abbassamento della propensione al rischio occorrerà tener conto di un altro elemento: la “flight to quality illusion“, ossia il possibile tentativo di rifugiarsi nei classici titoli ad alto rating, fra i quali naturalmente spiccano i Treasuries americani. Non si può escludere che questo fenomeno sia già in corso cosa che spiegherebbe in parte l’ulteriore ribasso dei rendimenti a cui stiamo assistendo”. Aggiungevamo: “Un fenomeno simile è avvenuto nel corso del 2009 ossia poco prima dell’inizio della crisi dei debiti sovrani. Accadrebbe ciò dimentichi di quella lezione e con l’aggravante della circostanza che il ricorso di ultima istanza (le Banche Centrali) sarebbe già stato ampiamente esperito. Dovrebbe essere chiaro che vi è una assai ridotta capacità sistemica, di cui non si sta tenendo conto, di sopportare un forte shock finanziario”. Concetto ribadito e ampliato in Abe come Icaro?: “Sui titoli di Stato statunitensi in particolare, contrariamente alle attese, la progressiva riduzione degli acquisti mensili FED non ha (ancora) avuto effetto sui prezzi. Ciò probabilmente è dovuto sia alle maggiori tensioni geopolitiche e sia al ridimensionamento delle attese sulla crescita USA e non solo. Quasi non interessa più a nessuno quando la Yellen tornerà ad alzare effettivamente i tassi. Fa parte di quella flight to quality illusion cui si accennava in un post precedente. Perché alla fine… da qualche parte la liquidità deve andare. Così per ora, in caso di tensioni, tende a spostarsi un po’ nel rifugio più prossimo, perché implica la minor rinuncia di rendimento. Almeno fino a che il clima di euforia arranca ma sopravvive. Quando dovesse tornare la consapevolezza dell’utilità della fine delle manovre ultra-espansive, Draghi permettendo, sarà bene non dimenticare che la FED non potrà più essere un compratore costantemente presente e “pesante” nel mercato dei Treasuries. Il timore maggiore rimane il rischio, paradossale, di improvvise carenze di liquidità in mercati che son rimasti “a senso unico” per troppo tempo, qualora questa realtà dovesse cambiare”.

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