I mercati correggono, anzi no. L’economia riparte, anzi no. Inizia la exit strategy… macché. Tutto ok, anzi no. Un’estate all’insegna dei segnali contraddittori con l’aggiunta di turbolenze geopolitiche che aumentano il tasso di caoticità del sistema.
Come segnalato già nel nostro ultimo post (vedi) l’unica costante resta l’ulteriore, apparentemente inarrestabile, riduzione dei rendimenti complessivi, ancora conseguenza di una ricerca cieca di tassi reali accettabili. Una riduzione dei rendimenti frutto anche di timori che tengono conto delle tensioni mondiali e dell’ennesimo calo delle attese sulla crescita globale. Una riduzione dei tassi che dovrebbe a sua volta creare ulteriori perplessità perché rafforza la trappola in cui ci siamo infilati. Impressiona infatti la velocità di giapponesizzazione dell’Europa. Un elemento che ci ricorda come sia il Giappone la vera avanguardia delle diverse strategie monetarie: dai risultati della Abenomics si potranno intuire implicazioni che potrebbero poi valere anche per futuribili esperimenti della BCE. Da questo paragone si potrebbe far derivare l’apparente inevitabilità della scelta di Draghi in favore di un vero e proprio QE. Apparente, perché potrebbe anche rappresentare il limite oltre il quale l’Europa, per come funziona ed è costruita oggi, non può spingersi. I mercati oggi scommettono comunque che Draghi potrà e farà. E pensare che l’Europea doveva essere il motore della ripresa 2014 e gli utili delle imprese del Vecchio Continente avrebbero dovuto ridurre il loro divario rispetto ai competitor americani….

(fonte: Zerohedge.com su dati Bloomberg)

I mercati azionari occidentali si nutrono ormai di debolezze (economiche e non) perché queste implicano in fondo più misure non convenzionali da parte delle Banche Centrali. Attenzione, i mercati non salgono più sulla speranza che le misure straordinarie producano effetti positivi in termini macroeconomici ma sul loro mero proseguimento. Dipendiamo da una medicina di cui non interessano neanche più gli effetti concretamente curativi. I dati veramente buoni quasi spaventano. Così, ogni volta che, negli ultimi due anni, i mercati hanno accennato una correzione, per diversi motivi, nel momento in cui un’ulteriore discesa poteva essere interpretata come l’inizio di una vera fase di storno si è innescato un meccanismo di rimbalzato basato quasi esclusivamente sul speranza di ulteriore liquidità “a sostegno” in arrivo. «Il PIL americano è brutto, non importa, la Yellen ritarderà il tapering!»; «Il Giappone non va, non importa, Kuroda ci metterà una pezza»; «Draghi fa presto!»… non fatemi continuare in questa carrellata di giustificazioni che ha quasi del grottesco. Una scelta basata sulla debolezza è, di per sé, di corto respiro, difensiva e non lungimirante. Non porta lontano.

L’avvitamento nel ribasso dei tassi, la cecità dei mercati azionari e l’immensa riduzione di volatilità ovunque registrata rientrano forse fra gli elementi che potrebbero caratterizzare la fase finale dell’esperimento straordinario condotto negli ultimi sei anni dalle Banche Centrali. Come scritto in altri post (vedi, anche ed anche) le autorità monetarie esitano ad intraprendere misure di normalizzazione trasformando le diverse forward guidance in contraddittori scenari che cambiano troppo frequentemente per essere considerati credibili (la qualità essenziale di cui invece dovrebbero potersi fregiare). La confusione è nei fatti di mercati (cambi, azioni, tassi, e commodities) che sottendono scenari macroeconomici diversi e fra loro contrastanti. Prezzi e scenari che reggono solo nell’ipotesi di sostanziale congelamento dello status quo. Quanto sostenibile? Così dopo il tapering e le ipotesi sui tempi del primo rialzo dei tassi da parte della FED la conferma dell’ingresso nella exit strategy potrebbe venire dalla Bank of England che sembra prossima a dovere dare inizio alla sua fase di rialzo dei tassi, perché è il paese dove il “recupero” immobiliare ha fatto più strada.
La stessa Cina, in cui gli ultimi dati (per quanto credibili) segnalano un consolidamento della ripresa sui valori attesi, è alle prese con una gestione non semplice di un mercato del credito che rivaleggia, per dimensioni e rischi, con le più mature economie avanzate.

La confusione è poi nei tempi. In un trend rialzista che sembra sempre più simile ad un asintoto ad infinito che contrasta dai dati dell’economia reale da un po’. La correzione serviva l’altro ieri ma non la riteniamo concretamente possibile neanche più per dopodomani. Uno S&P500 che non registra una storno superiore al 6% dalla fine del 2012 per quanto tempo può ignorare il resto del mondo? L’attesa frustrata del QE di Draghi potrebbe non arrivare in tempo utile o, da un altro punto di vista, se dovessimo attenderlo rispettando i tempi della BCE significherebbe vedere i mercati a livelli sempre più lontani da livelli ragionevoli, al punto che l’apporto auspicabile del QE di Draghi, a quel punto, sarebbe prossimo allo zero. I tassi reali sui Bund decennali quanto possono scendere ancora? E quale situazione economica ciò comporterebbe? Salvo il caso di un evento esogeno ai mercati, il c.d. “cigno nero”, uno di quelli in cui l’elemento “inevitabilità” prevarrebbe su altro, che risultasse quindi non aggirabile difficilmente si riesce ad immaginare cosa possa far stornare i mercati. Non un defaultino argentino o portoghese ma qualcosa di più serio che colpisce una realtà di dimensioni non trascurabili e per cui nessuna misura last minute risultasse praticabile. Non è una speranza ma il tentativo di ipotizzare l’evento in grado di riportare equilibrio nelle cose auspicando semmai che nel frattempo si concretizzi un scenario più “sano”; quello in cui, per esempio, i dati economici progressivamente migliorano in modo generalizzato (e non in modo frammentato e sporadico perché frutto di svalutazioni competitive) consentendo un graduale aumento dei tassi. Uno scenario non ancora del tutto compromesso.
Gli eccessi di debito privato e pubblico; le misure monetarie non convenzionali; i bilanci stracarichi di derivati, le bolle immobiliari e finanziarie… non sono equilibrio sono semmai gli elementi all’origine della crisi 2007-08. Nulla, ma proprio nulla, oggi ci conforta che l’attuale fase, più che prolungata, della politica dei tassi bassi (ZIRP) non produca effetti altrettanto distruttivi. Anzi… In molti vogliono credere che i diversi QE non avranno un costo, come si evince dal sopravvivere dell’attuale fase di “esuberanza”, ma quanto è credibile questa ipotesi?. L’unico modo per evitare il conto resta quella rimanere al tavolo e farsi servire altre portate continuando a mangiare, mangiare, mangiare…. debiti, debiti, debiti.

Come non rimanere confusi?

Piccola notazione politica: sorprende l’ingenua (?) sfrontatezza di Draghi nel proporre il sostanziale commissariamento dello Stato che non si adegua a ciò che l’apparato tecnocratico europeo ritiene “adeguato”. Se non altro elimina l’ipocrisia che vede nell’indipendenza delle Banche Centrali una sorta di terzietà politica. La BCE è un potere (o rappresenta un certo potere economico), forse l’unico che ha effettivamente una levatura continentale. Lascio giudicare a voi la profondità della crisi democratica dei paesi europei (ma non soli in questo…).

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