L’azione delle Banche Centrali, attraverso i vari quantitative easing, ha consentito ai mercati di ignorare molte “fragilità” presenti nel sistema finanziario globale post crisi 2007-08. Ogni tanto però si aprono squarci sulla realtà e quelle fragilità tornano a palesarsi nella loro sostanza.
Capita così che l’austriaca Erste Bank (rating A per S&P) comunichi un inatteso profit warning di 2 miliardi di dollari a causa di possibili perdite derivanti dalle ttività in Ungheria e Romania. Forse qualcuno ricorda ancora che in Ungheria molte banche europee hanno, a suo tempo, ben guadagnato finanziando (in valuta estera) i mutui dei cittadini ungheresi; a causa della crisi però il fiorino ungherese si è pesantemente svalutato facendo lievitare in modo insostenibile quei debiti “esteri”. La dimensione del fenomeno è stata tale da far traballare, durante la crisi dei debiti sovrani, la stessa Ungheria trasformando nei fatti il tutto in una questione politica ben sfruttata dal “populista” capo del Governo Orban. Per farla breve, le autorità statali ungheresi sono intervenute recentemente, attraverso una sentenza della Corte Costituzionale e una nuova legge, nel tentativo di scaricare parte del gravoso onere sulle banche che avevano erogato i prestiti (vedi Reuters); da qui le svalutazioni per la Erste Bank. Interessate alla questione risultano anche l’Unicredit e Intesa San Paolo… Per quanto riguarda la Romania invece bisogna chiamare in causa la BCE ossia l’azione di ripulitura da essa voluta, attraverso l’Asset Quality Review, per far emergere un cero numero di criticità prima di assumere il compito di vigilanza unica a livello europeo. Ebbene in Romania questo vuol dire far pulizia (svalutazioni) nei Non Performing Loans (NPL) ossia nei crediti in difficoltà che hanno superato il 15 % del totale dei prestiti (la media mondiale si aggira sul 4%). Un male quello dei NPL, è bene non dimenticarlo, comune a molti paesi europei (Grecia, Portogallo, Spagna, … Italia) che ha generato tutta la narrativa sulle bad banks.
Capita poi che il Banco Espirito Santo SA, una delle principali banche private portoghesi, incontri qualche difficoltà nella gestione dei suoi debiti (vedi Reuters e Bloomberg) evocando così negli operatori di mercato possibili interventi statali. Interventi che un Portogallo appena tornato sui mercati potrebbe mal sopportare. Potrebbero insomma tornare di moda parole come “contagio” oppure come “circolo vizioso banche-stati”, etc. etc. Draghi è stato bravo a richiundere tutto ciò in una scatola praticamente dimenticata nella stanza polverosa della memoria. I problemi sono stati però messi apparentemente sotto controllo… non risolti… è bene non dimenticarlo.
Entrambe le notizie non sono in pratica drammatiche e potrebbero rimanere casi isolati ma potrebbero anche essere il segnale che sotto la montagna di liquidità immessa sui mercati certe fragilità siano ancora vive e vegete, capaci di farci ripiombare nella realtà di un mondo sovra-indebitato. I tassi a lunga rimangono ancora bassi forse proprio perché non ci si aspetta un granché dal futuro e comunque non si sa bene dove altro rifugiarsi. Tutti pronti a uscire… ma alla fin fine impietriti dall’assenza di elementi in grado di fornire una prospettiva utile alla scelta di alternative, nella consapevolezza che un movimento deciso in un senso (contro le azioni) o nell’altro (contro le obbligazioni) potrebbe determinare sconquassi ingestibili… questo timore lo hanno soprattutto le Banche Centrali (vedi report BRI). Una fragilità di azione che è esaltata dai “bassi” volumi e dalla “bassissima” volatilità che animano un po’ tutti i mercati in questo periodo, uno dei tanti effetti collaterali dei numerosi quantitative easing attuati dalle Banche Centrali (che assomigliano sempre più a fondi comuni… con tutti i rischi che ciò comporta).

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