Nel 1971 il sistema monetario post II Guerra Mondiale legato all’oro, come definito dagli accordi di Bretton Woods, finisce definitivamente e viene sostituito da un sistema basato esclusivamente sul Dollaro che viene così imposto nei fatti come valuta di riferimento internazionale.
Da allora abbiamo assistito ad un consistente aumento della finanziarizzazione dell’economia (e dell’indebitamento globale) che ha consentito la globalizzazione per come la conosciamo ma d’altra parte ha anche spinto, più o meno consapevolmente, una parte del mondo a vivere al di sopra delle sue possibilità. Negli ultimi quarant’anni quindi gli Stati Uniti sono stati bravi soprattutto a “venderci” il dollaro, in modo che non potessimo facilmente svincolarci dal giogo. Chi consentirebbe, razionalmente, a un produttore incallito di debiti di disporre a suo piacimento della valuta di riferimento mondiale? Eppure… Così l’assenza di un’àncora monetaria (come l’oro) e i cambi flessibili hanno portato il mondo ad abusare delle possibilità di indebitamento che la creatività finanziaria accordava… e quando ci si è resi conto di aver esagerato… si è consentito alle Banche Centrali di tenere i tassi artificialmente bassi per periodi eccessivamente lunghi oppure di ricorrere alle svalutazioni valutarie. Quando anche i tassi a zero non sono bastati più  si è permesso che le Banche Centrali accumulassero debiti di qualità sempre più dubbia creando dal nulla base monetaria… Adesso che anche l’estrema risorsa dei quantitative easing mostra tutti i suoi limiti… che si fa?
Tutte le principali crisi dagli anni Ottanta del Novecento ad oggi sono in sostanza riconducibili ad un incontrollato indebitamento (/erogazione del credito) o ad un eccesso di manovre espansive adottate nel tentativo di limitarne i danni (la Saving & Loans dei primi anni Ottanta, le crisi finanziarie dei paesi emergenti negli anni Ottanta e Novanta, la crisi di Internet e naturalmente la crisi dei sub-prime del 2007-08). Crisi fra loro simili e legate che hanno prodotto danni progressivamente più ampi sia economicamente che geograficamente. L’aumento dell’estensione delle crisi successive è naturalmente dovuto alla globalizzazione, al maggior utilizzo dei derivati e… alla maggior diffusione del Dollaro (basta considerare la caduta dell’URSS e l’adesione della Cina al WTO soprattutto). Il problema è qui… il Dollaro può ancora svolgere in modo adeguato il ruolo di valuta di riferimento mondiale? Possiamo ancora farci dettare le politiche macroeconomiche dalla FED? Forse la prossima crisi coinvolgerà inevitabilmente il ruolo del Dollaro e la sua sopravvivenza come valuta internazionale. In fondo ci siamo andati vicino già nel 2008… Non sarebbe che la fine del mondo che conoscevamo e l’inizio di un nuovo paradigma ancora per lo più sconosciuto e in cui però forse già viviamo.
Oggi il mondo è più multipolare e molti Paesi (come i Brics) reclamano un nuovo sistema valutario più stabile. La piccola crisi delle valute emergenti dell’estate 2013 non ha fatto che ampliare le diffidenze verso il Dollaro, dimostrando paradossalmente la sua centralità. Come scritto in un altro post (vedi) si sta evidenziando, soprattutto nell’ultimo anno, una contrapposizione fra i Paesi Sviluppati che hanno fatto ricorso a massicce manovre ultra espansive e i Paesi Emergenti. Questi ultimi inizialmente hanno beneficiato delle enormi liquidità immesse ma ora rischiano di pagare un prezzo elevato a causa del possibile inizio della exit strategy (ossia della fine, a livello globale, dei quantitative easing). Le tensioni sino-giapponesi e la questione Ucraina si inseriscono legittimamente in questo contesto di valute di riferimento traballanti, di liquidità in rarefazione e di risorse primarie scarse. Se poi si tiene presente che vi sono ancora molti Paesi Emergenti (soprattutto quelli “minori”) con mercati azionari sui livelli relativamente alti sul range dei cinque anni (India, Dubai, Turchia, Sud Africa, Nuova Zelanda, etc.), pur avendo magari già pagato un tributo in termini di svalutazione monetaria, si può comprendere perché all’ultimo G20 sia stato posto con decisione il problema della gestione dei tempi della exit strategy.
Qui entra in gioco la Cina. L’economia del Dragone si è affaticata e ha rallentato il suo ritmo (la crescita è scesa dal 12% a poco più del 7% anche se su una base più ampia). Il sistema finanziario cinese si sta aprendo agli scambi internazionali (convertibilità del Renminbi; Borse valori di Shanghai e Hong Kong in futuro integrate; emissione in valuta locale di società estere; primi future su materie prime come il petrolio e l’oro; etc.) insidiando in prospettiva il ruolo del Dollaro. Il portafoglio titoli cinese è comunque ancora colmo della valuta statunitense (è tutt’ora il primo detentore estero di Titoli di Stato USA). La Cina sta affrontando poi un eccesso di credito conseguente al pacchetto di aiuti intrapreso nel 2009 per limitare gli effetti della crisi globale post Lehman Brothers. Non per nulla l’inizio del 2014 è caratterizzato da ciò che sta avvenendo in Cina, si tratti del primo bond default societario (Chaori Solar) o della più significativa e spiazzante svalutazione del Renminbi degli ultimi due anni, non dimenticando la volatilità dei tassi Shibor e le difficoltà del mercato immobiliare che preannunciano ulteriori problemi sul lato del credito (e del c.d. mercato finanziaria ombra). Tutti elementi che possono influire in modo significativo sulla crescita globale, soprattutto se si determinano fatti che sorprendono l’attuale convinzione di un soft landing nel rallentamento cinese.  Anche qui i mercati azionari si adagiano sui supporti tecnici grazie alla speranza di ulteriori manovre di sostegno monetario stile 2009, benchè per ora le autorità dichiarino il contrario.
Tutti i mercati azionari in sostanza stanno sperando in ulteriori manovre ultra-espansive e non gli interessa più di tanto se queste dovessero arrivare dall’Europa, dalla Cina o dal Giappone. Vogliono altra liquidità oltre ogni ragionevole considerazione. Tutti i dati economici attualmente determinano cambiamenti di portafoglio nella misura in cui vengono interpretati come favorevoli o sfavorevoli alla concessione di ulteriori quantitative easing. In assenza di manovre le “normali” scelte di portafoglio causerebbero comunque non poca volatilità perché i tassi obbligazionari sono ai minimi (dai governativi ai high yield) e i listini azionari ai massimi. In questo momento spostamenti pronunciati in un senso o nell’altro determinerebbero conseguenze importanti.
La settimana trascorsa è stata ricca di dati economici e di riunioni di istituzioni monetarie. Le valutazioni conseguenti ai fatti della settimana non si possono definire conclusive. Gli Stati Uniti continuano a mostrare una ripresa economica ambigua con dati societari buoni, un’occupazione in miglioramento ma pochi investimenti fissi e un mercato immobiliare incerto e speculativo; elementi che si traducono in Pil trimestrali volatili e alla fine non entusiasmanti, eppure sono 5 anni che il QE della Fed… Il Giappone continua a registrare dati che scoraggiano ad intraprendere ulteriori manovre monetarie (vedi) perchè evidenziano gli scarsi risultati ottenuti dall’Abenomics, almeno sin qui. L’Europa in disinflazione e afflitta da una disoccupazione che non accenna a diminuire ma con i Paesi core in ripresa non riesce proprio a decidersi se adottare o meno il suo programma di quantitative easing. “We don’t have a magic wand to cure these problems, otherwise all countries would be rich because monetary policy would cure everything“. Parole di Vitor Constancio Vice Presidente della BCE. Parole sagge che è bene non dimenticare quando la festa si approssimerà al tramonto.
L’interruttore ucraino si è acceso e spento più volte in termini di volatilità finanziaria ma nel fine settimana purtroppo la situazione sembra essere sfuggita dal controllo diplomatico facendoci entrare in un frangente complicato per le relazioni internazionali e ricco di incognite. Rimaniamo confidenti che la questione rimarrà militarmente circoscritta anche se le conseguenze politiche ed economiche saranno inevitabilmente rilevanti. La collaborazione della Russia ai prossimi summit non sarà per nulla scontata e comunque sarà più “costosa”. Il prezzo più alto nel breve termine lo potrebbe pagare l’Europa mentre nel lungo termine anche gli interessi americani pagheranno dazio. Un altro colpo alla solidità del Dollaro.

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