Per la terza volta quest’anno ci troviamo alla vigilia di una decisione di Draghi. Dopo cinque anni di resistenze la BCE opterà anch’essa per un quantitative easing (QE) in senso proprio fornendo l’indispensabile droga-liquidità ai mercati? Lo farà subito o entro giugno? Il movimento deflattivo dei prezzi al consumo e il cambio relativamente forte avranno convinto Draghi (o meglio il blocco germanico) a fare il grande passo? Hummm…
Conviene farlo? Proprio quando Abenomics comincia a mostrare la sua inefficacia e le n manovre ultra espansive della Fed vanno esaurendosi con risultati non entusiasmanti (su consiglio anche degli effetti collaterali che le stesse manovre hanno prodotto e che rischiavano di accentuarsi senza tapering)? La Germania sta bene (buon surplus commerciale, tassi bassi, disoccupazione contenuta, etc.) perché dovrebbe accettare il QE proprio ora? Forse non è irragionevole ritenere che se Draghi decidesse per il quantitative easing dimostrerebbe più la forte necessità-dipendenza dei mercati per queste politiche ultra espansive piuttosto che la consapevolezza della sua utilità per la buona vecchia economia reale.

Come scrivevamo un po’ di tempo fa (vedi) la Abenomics avrebbe dovuto esprimere il suo meglio quasi subito perché poi gli effetti deleteri di una forte svalutazione del cambio avrebbero prima o poi deteriorato le variabili economiche. A più di un anno dalla sua intrapresa l’Abenomics non sembra poter vantare risultati entusiasmanti. Alcuni elementi:

  1. Produzione e vendite sono subito partite bene nel corso del 2013 ma oggi sembrano perdere un pò slancio;
  2. La costruzione di nuove case è anch’essa ripartita durante l’anno scorso ma l’ultimo dato ha evidenziato una brusca frenata;
  3. L’inflazione sui consumi (CPI) ha accelerato più di tutti e non sembra invece arrestarsi. L’ultimo dato si aggira intorno al 1.5% non lontano dall’obiettivo del 2% fissato dalla Bank of Japan con la sua manovra di raddoppio della base monetaria. E’ dal 1994 che il Giappone non sperimenta un’inflazione stabilmente sopra il 2%;
  4. Il reddito per i lavoratori è rimasto sostanzialmente al palo, anzi tende ancora ad usurarsi. Questo non è un buon segno se si vuol far ripartire seriamente la domanda interna;
  5. La Bilancia Commerciale è in deficit ormai dal marzo 2011 e tende in media a peggiorare (il contributo positivo delle esportazioni conseguente alla svalutazione del cambio non riesce a sovrastare quello negativo delle importazioni).

Senza trascurare che dal primo aprile in Giappone è scattato un aumento delle imposte indirette (perché gli interessi sui bond qualcuno li deve pagare…) che, in un paese in stagnazione cronica, non risulterà essere certo una manovra espansiva… Il rischio è che nell’estate la scarsa efficacia dell’Abenomics diventi evidente ai più. Con un’inflazione inaspettatamente “alta” rispetto alle altre variabili potrà la BoJ fornire ulteriori stimoli? E’ lecito dubitarne. Il rischio di far salire i tassi sarebbe a quel punto troppo alto… (per comprenderne le ragioni rimandiamo ad un nostro precedente post vedi). Anzi il rischio esiste già oggi soprattutto se il divario fra Pil e inflazione dovesse ampliarsi in senso negativo.

Utile forse ricordare quanti paesi hanno già provveduto ad alzare i propri tassi di riferimento negli ultimi mesi: Brasile, India, Turchia, Russia, … Cina (nei fatti).

La prima uscita pubblica (vedi e anche) della Yellen, considerata una voce pro-QE, dovrebbe aver fornito elementi sufficienti a comprendere che dal punto di vista della Fed la exit strategy è iniziata e non è così lontano e improbabile un primo rialzo dei tassi (soprattutto nei suoi effetti in un’ottica di forward guidance). Le recenti parole della Yellen (vedi) cercano di smorzare e confondere in merito all’intensità della loro exit strategy. E’ dall’estate scorsa che la FED con l’uso sapiente di dichiarazioni ambigue cerca nei fatti di confondere i mercati nel tentativo di limitare gli effetti del tapering, non che la BCE non utilizzi tali metodi: Draghi è bravissimo nel quantitative easing verbale. Ma poi occorre guardare alla sostanza. Come scrivevamo tempo fa (vedi): “La vera questione è se si porrà sostanzialmente fine all’utilizzo del QE come strumento di sostegno dei mercati. Occorre cioè comprendere se la fase di tassi eccezionalmente bassi va a concludersi e se, in subordine, lo fa perché la ripresa economica c’è ed è sostenibile oppure perché gli effetti collaterali prodotti dall’abuso di manovre ultra-espansive lo consigliano”.

Per queste ragioni la decisione di Draghi e le sue argomentazioni risulteranno importanti per gli andamenti di mercato. Può dirci se la festa è finita o dura ancora un po’. Draghi alla fine potrebbe ridurre i tassi lanciandosi in fantasie verbali che tanto sono piaciute ai mercati anche se con effetti sempre più attenuati. Una decisione che alla fine potrebbe risultare insufficiente a mantenere vivo l’effetto QE lasciando sempre più spazio alla consapevolezza che la exit strategy non solo è iniziata ma risulta inevitabile. Senza le parole possibiliste di Weidmann di qualche giorno fa (vedi, ma e anche) il contesto dei mercati si stava già sostanzialmente deteriorando (non solo in termini di corsi azionari ma anche di cambi e tassi). La speranza si è riaccesa. Una speranza priva di lungimiranza anche perché, a leggere bene le sue parole, Weidmann ha un approccio alquanto problematico al QE e i risultati di quelli fatti da altri sono per lo meno ambigui (e il conto del loro impiego non è ancora arrivato).
Per cui rimane valido il …. Draghi salvaci tu!

Spunto di riflessione a latere: Chi ha sostenuto i mercati immobiliari dei principali paesi sviluppati negli ultimi anni? I compratori “emergenti” (Cina, Russia, Turchia, etc.), ossia gli stessi che ultimamente hanno qualche problemino in patria….

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