Nel nostro precedente post (vedi) si faceva riferimento all’ipotesi in cui il Bitcoin assumesse un “peso” tale da far concorrenza alle monete a corso forzoso. Qui cercheremo di approfondire quello scenario.
Potremmo immaginare il Bitcoin come la valuta di  Bitlandia? In questo caso le conversioni con altre valute avverrebbero in base ad un cambio come con ogni altra valuta. Normalmente però il cambio di una valuta rispecchia in qualche modo la forza relativa dell’economia che rappresenta. Ma Bitlandia che economia ha? Quale inflazione e quali tassi d’interesse la caratterizzano? Oppure, dobbiamo considerare il Bitcoin come una valuta globale svincolata da un particolare luogo o sistema economico? Entrambe le ipotesi non convincono: il Bitcoin per sua natura non è in grado di rappresentare le forze dinamiche che agitano l’economia globale, né tanto meno una specifica economia locale. In realtà anche questi elementi portano a considerare il Bitcoin più assimilabile ad un bene rifugio piuttosto che ad una valuta. Non un mero investimento, perché NON offre alcun rendimento, ma solo un potenziale bene virtuale che potrebbe, sotto certe condizioni, trattenere potere d’acquisto nel tempo.
Si può infatti ipotizzare un contesto in cui le principali valute mondiali (dollaro, yen, sterlina) in “sofferenza”, a causa delle generose politiche monetarie (cd quantitative easing) delle Banche Centrali, si trovino a dover lasciar spazio a una moneta merce alternativa diversa dai classici beni rifugio. Con il forte aumento di base monetaria (liquidità monetaria in circolazione) a cui si sta assistendo da anni è legittimo attendersi che una quota di cittadini globali ricerchino alternative, ossia diversifichino il loro rischio valutario. Si aggiunga che dal 2013 le guerre valutarie che vedono fronteggiarsi i paesi sviluppati e quelli emergenti e questi ultimi fra di loro hanno fornito un motivo in più per spingere gli investitori ad aumentare la propria diversificazione. Anche il forte calo del prezzo dei metalli preziosi, a cui abbiamo assistito a partire dall’autunno del 2012, ha contribuito alla ricerca di nuovi lidi e quindi alla diffusione del Bitcoin.
Posto quindi che non è irragionevole ipotizzare uno scenario in cui il Bitcoin (o un’altra cripto valuta che dovesse imporsi) viva in concorrenza con le altre valute, che implicazioni avrebbe questo per il sistema finanziario globale? Finché non ci si può pagar la spesa il Bitcoin resta un ibrido fra una moneta merce (nello spazio Internet) e un investimento simil bene rifugio (come già scritto di per sé il Bitcoin NON da alcun rendimento!). Per cui, in quanto ibrido e finché le autorità che proteggono le valute a corso forzoso non si metteranno di traverso, il Bitcoin rimarrà limitato e potrà al più continuare a disturbare le quotazioni dei metalli preziosi e a rappresentare un evento mediatico. Solo nel caso di una forte crisi internazionale che colpisca fortemente la fiducia nelle valute principali (soprattutto il dollaro…) si può pensare che il Bitcoin possa assumere un ruolo di riserva alternativa raccogliendo intorno a sé una platea di dimensioni adeguate.
Si tenga presente che la stima di valore dell’oro estratto disponibile si aggira ragionevolmente intorno ai 7 mila miliardi (billion) di dollari USA (ai prezzi attuali e per difetto). Oggi il controvalore dei Bitcoin in circolazione (vedi) è stimato a un pur ragguardevole controvalore di 7-8 mld di dollari (1 per mille di quello dell’oro!) e ne sono stati scoperti poco più della metà. Per raggiungere una dimensione che possa farlo considerare una reale alternativa dell’oro possiamo ritenere che il Bitcoin dovrebbe rappresentare almeno un valore vicino al 20% (valore ipotetico e assolutamente arbitrario, ma esemplificativo) della ricchezza attualmente espressa in oro. In pratica, se il Bitcoin dovesse fungere in modo adeguato da sostituto di un bene rifugio come l’oro, quanta ricchezza dovrebbe rappresentare? Se in circolazione ci fossero fra i 12,5-13 milioni di Bitcoin e il 20% della ricchezza detenuta in oro valesse 1,4 billion ne deriverebbe un ipotetico prezzo unitario (di sostituzione) del Bitcoin compreso fra i 105 mila e 115 mila dollari (!!!!). E non stiamo neanche considerando una eventuale svalutazione del dollaro, rispetto ai beni rifugio, più che ragionevole nell’ipotesi di crisi internazionale a cui si faceva riferimento… Per cui parlare di rischio bolla quando il prezzo Bitcoin arriva intorno ai mille dollari sembra persino prematuro… naturalmente per assurdo.
La semplice ipotesi fatta, di un attrazione del Bitcoin di una fetta della ricchezza attualmente “depositata” in oro, dimostra come la costruzione del sistema bitcoiniano sia ancora inadeguato è pericoloso (pur potenzialmente attraente) per gli effetti destabilizzanti che potrebbe generare. I trasferimenti di ricchezza che si potrebbero determinare sarebbero alquanto significativi, incontrollabili e quindi fonte di instabilità. Si tenga presente che l’oro oltre a godere del beneficio della materialità si è guadagnato il suo spazio in migliaia di anni di ampio utilizzo, anche se bisogna ammettere che per mezzo di esso i trasferimenti di ricchezza sono stati in certi momenti più che consistenti (si pensi ai passaggi di proprietà che ha causato ad esempio il Secondo Conflitto Mondiale del ’900).
Ciò detto, alla fin fine sarà la Domanda a determinare se il mercato del Bitcoin avrà un futuro. Lo avrà se sarà in grado di soddisfare meglio di altri (o in concorrenza con altri) e in modo credibile l’esigenza di preservare potere d’acquisto nel tempo. Quindi non si può escludere che il Bitcoin, o un’altra cripto-valuta, assuma una ruolo di bene rifugio nel caso di un’altra crisi finanziaria; il percorso di crescita del candidato però è ancora lungo e deve superare numerose prove di sopravvivenza…

Nel frattempo il Bitcoin vive qualche vicissitudine tecnica (vedi) a cui si aggiungono i primi stop normativi o parà-normativi (vedi). Anche Apple (vedi) ha negato ospitalità alle app legate al Bitcoin, forse fiutando la possibilità di proporsi con un cripto valuta “made by Apple”. Tutto ciò ha prodotto una riduzione nei prezzi consistente che conferma la non acquisizione adeguata di stabilità e affidabilità indispensabili per svolgere l’ambizioso ruolo di bene rifugio globale.

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