Un’evoluzione della crisi debitoria del sistema bancario post 2008 sembra prevedere l’inevitabile proliferazione delle bad bank. Una bad bank nasce nel tentativo di risolvere il delicato problema dei cd assets tossici senza compromettere la sopravvivenza della banca “ospitante” e alleggerendo il peso del salvataggio da parte dello Stato. La speranza è riposta nel fatto che separando i destini, fra buoni e cattivi, il mercato riesca a far ripartire le “parti” sane e gestire al meglio la liquidazione delle parti tossiche. Si deve sempre tener presente che comunque “qualcuno” dei capitali freschi in contropartita degli assets tossici deve fornirli, ed è qui che molti tentativi di creazione di bad bank sono naufragati.
A tutti coloro che soffrono un momento di difficoltà economico-finanziaria piacerebbe fare un pacchetto dei propri errori e rifilarlo ad altri… Il “pacchetto” della bad bank si può giustificare infatti solo per l’interesse superiore della tenuta del sistema finanziario, altrimenti sarebbe corretto lasciar fare al mercato e far perire le imprese inefficienti. Non sempre il giro è gratis poiché quando intervengono i privati (normalmente fondi specializzati) richiedono una remunerazione e quindi chi cede gli assets tossici deve far emergere buona parte delle perdite che questi incorporano.
Così capita che la già martoriata banca austriaca Hypo Alpe-Adria non trovi soggetti privati disposti a partecipare alla bad bank che dovrebbe aiutarla nel suo cammino di risanamento (vedi). La banca in questione era già stata nazionalizzata nel 2009 dopo un fallito tentativo di salvataggio portato avanti dalla Bayerische Landesbank (vedi). Ora restano due strade: la liquidazione (con conseguenti oneri per i privati investitori) oppure lo Stato austriaco si fa carico non solo della banca già nazionalizzata ma anche della sua bad bank con conseguente impatto sul debito pubblico.
Visti i livelli raggiunti dalle sofferenze bancarie (oltre i 150 mld con un ritmo di crescita annuale superiore al 20%) anche in Italia si sta pensando alla soluzione bad bank. Ne aveva già parlato Mediobanca lo scorso anno ma l’argomento è entrato nel vivo da quando pare che alcuni istituti bancari ci stiano pensando concretamente. Un incentivo a superare le remore nel proporre lo strumento bad bank è sicuramente venuto dall’approssimarsi degli stress test previsti nelle tappe di avvicinamento all’unione bancaria europea. Prima la pulizia poi l’unione… L’utilità dello strumento, per le banche cedenti, è indubbia, sarà più difficile invece trovare i capitali per sostenere la scelta. E’ risaputa la capacità di destinare risorse in questo senso da parte dello Stato italiano… restano quindi i privati (vedi e anche). Per cui i singoli istituti dovranno trovarsi delle controparti disposte ad investire nelle singole bad bank ed ovviamente non a fondo perduto. Non è difficile immaginare che i più sani troveranno facilmente le controparti disponibili mentre resteranno in “pausa” le realtà più in difficoltà (in cui gli accantonamenti necessari alla dismissione degli assets tossici sarebbero troppo onerosi).
La Spagna ha già percorso la strada della bad bank nel 2012 al costo di non poche tensioni sui mercati finché non si è compreso chi forniva le risorse. Le tensioni sul mercato spagnolo sono poi calate (grazie soprattutto all’OMT di Draghi) ma gli effetti sulle sofferenze non sono stati poi così entusiasmanti: dopo una prima fase (in cui gli assets tossici sono stati trasferiti) i crediti dubbi hanno ripreso a salire. Anche in Spagna dunque dobbiamo aspettarci ulteriori “aggiustamenti”, nuove risorse per la bad bank…?

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