Con la dichiarazione del 18 dicembre la FED ha, nella sostanza, contraddetto se stessa. Nuovamente. La riduzione di 10 mld negli acquisti mensili previsti dal programma di quantitative easing – QE delle autorità monetarie statunitensi avverrà infatti prima di quanto, solo a settembre, le stesse avevano lasciato intendere sarebbe avvenuta. Nell’intraprendere la riduzione si è comunque cercato di attenuarne l’impatto ribadendo che i tassi, ufficiali, rimarranno bassi a lungo e riducendo l’obiettivo di disoccupazione (ora fissato più in prossimità del 6%), raggiunto il quale il QE subirebbe ulteriori riduzioni. La FED è consapevole di aver abusato dello strumento e teme gli effetti che la exit strategy produrrà; non si spiegherebbe altrimenti tanta attenzione nel dichiarare di voler intraprendere una strada e contemporaneamente lasciar intendere di essere pronti a tornare sui propri passi. Cosa tocca fare per consentire allo S&P500 di raggiungere nuovi massimi e permettere così la sopravvivenza della favola dei QE risolvi-tutto…

Praticamente nelle stesse ore in cui Bernanke emanava la sua ultima scelta anche la Banca del Giappone (BoJ) si dichiarava pronta a incrementare il suo programma di acquisti. Essendo il QE giapponese imponente ora la BoJ apre alla possibilità di indirizzare le sue preferenze anche nei confronti degli ETF (Banca Centrale= Fondo Comune!!). Da un lato i risultati positivi dell’Abenomics tardano ad arrivare e dall’altro lato se la FED riduce qualcuno deve aumentare…
Come sostenuto in precedenza (qui e qui) ormai il QE è una politica che ha carattere globale e la sua gestione richiederebbe di conseguenza un coordinamento globale. Difficile però concordare una strategia comune quando gli interessi sono divergenti. Per questo negli ultimi anni si è assistito a continui rilanci di politiche ultra espansive concorrenti. Ora però che le politiche sembrano perdere di efficacia, i benefici tardano ad arrivare e i diversi giocatori sembrano intuire i rischi per il sistema di politiche così aggressive…. si riusciranno a  superare le divergenze? A conti fatti i due maggiori meriti dei diversi quantitative easing restano quello di aver arrestato una caduta rovinosa e quello di aver inflazionato alcune classi di attività finanziarie. Entrambi i risultati rischiano di avere un carattere alquanto temporaneo. Ciò che non è ancora quantificabile quindi è il costo delle politiche monetarie aggressive che sono state adottate.
L’anno appena trascorso è stato caratterizzato proprio dagli effetti indesiderati delle politiche ultra espansive. Abbiamo così assistito, in un arco temporale assai ristretto, ad un rialzo percentualmente consistente dei tassi sui mercati obbligazionari e ad una forte fuoriuscita di fondi dai alcuni paesi emergenti, quelli più fragili in termini di dipendenza dai fondi esteri. Due effetti che, ad oggi, non si sono “rimarginati” nonostante tutte le rassicurazioni sul mantenimento delle generose politiche monetarie. Il rialzo dei tassi è stato quindi una conseguenza in sé e non tanto una risposta al timore dell’inizio della exit strategy da parte della FED. Questa è una sottigliezza non da poco perché consente di dare il giusto peso alle possibili contromosse delle Banche Centrali. Esse stanno subendo quanto accade non riuscendo a governare la dinamica dei tassi e rimanendo così a corto di strumenti utili a fronteggiare possibili shock.
Fino ad oggi sono, comunque, i paesi emergenti ad aver accusato i colpi maggiori… fuga dai loro mercati obbligazionari, monete in forte svalutazione, economie in indebolimento…  “Ci si potrebbe anche chiedere come ciò sia di sollievo per le economie mature o, meglio, come questo non rappresenti un motivo di preoccupazione per i mercati… chi sosterrà la crescita globale nei prossimi mesi? La domanda interna di Europa, USA e Giappone? A chi si esporterà?”… ns domande estive ancora valide (vedi). Il World Economic Outlook WEO del FMI dell’ottobre 2012 prevedeva per il 2013 una crescita globale del 3.6%, scesa però al 2.9% con il WEO di ottobre 2013 che prevede a sua volta un 3.6% per il 2014. Le maggiori correzioni di rotta del FMI sono dovute proprio al peggioramento delle prospettive delle economie emergenti.

Un altro effetto indesiderato nell’anno appena trascorso lo abbiamo registrato sulle valute. Abbiamo assistito ad una forte volatilità a cui hanno concorso diversi fattori: il ritorno di fiducia di cui l’Euro ha potuto godere, il rallentamento della Cina e della altre economie emergenti e naturalmente i timori sulla exit strategy. Soprattutto l’Euro ha avuto una forte rivalutazione su diverse valute. Anche rispetto al dollaro un superamento deciso di quota 1,40 risulterebbe un fattore di instabilità le cui implicazioni inciderebbero su diversi mercati. Molte valute emergenti hanno subito deprezzamenti in conseguenza di deflussi di capitale, ulteriori svalutazioni costituirebbero altri passi oltre il perimetro della stabilità. (la tabella sotto riportata, fonte Bloomberg, riporta il cambio EUR con un set selezionato di valute rappresentative).

Visti gli scossoni estivi Bernanke ha tentato in settembre una manovra diversiva con scarsi risultati. I tassi, dopo una leggera flessione, sull’onda delle dichiarazioni pro-QE della FED, hanno ricominciato infatti a salire e questo solo in parte è stato una conseguenza dei buoni dati sull’andamento dell’economia americana. Per questo alla fine, probabilmente, la FED ha comunque iniziato il tapering… Così il decennale USA è oggi al 3% (con i tassi reali ora positivi a partire già dalle scadenze quinquennali); i tassi giapponesi, con tutto il vento QE nelle vele, hanno ripreso la loro salita ed anche i tassi europei, pur con il ribasso Draghi di novembre, sono in aumento (Euribor compresi!). L’entità e la velocità di questa dinamica saranno molto importanti per determinare la consistenza delle conseguenze. Dove si stabilizzeranno i tassi? Quanti paesi coinvolgerà? Riusciranno i molti debitori a sopportare lo stress? Chi sta vendendo i Treasuries americani? Perché?