Le estensioni dei quantitative easing si fanno attendere, soprattutto quella europea, anche se i mercati sembravano cominciare a scontarne l’inevitabile arrivo. Nonostante aumentino i dubbi sull’utilità delle politiche ultra espansive i mercati si ostinano a richiederne ulteriori “dosi”… Sicuramente l’obiettivo di spingere verso una propensione al rischio sempre più elevata è stato praticamente raggiunto, visti i livelli raggiunti dai principali mercati azionari mondiali. Ma anche gli effetti collaterali cominciano a farsi significativi. Forse per questo dal Giappone trapela una certa freddezza nel procedere ad ulteriori manovre e non è escluso che la Fed debba aumentare il suo tapering, ridimensionando ulteriormente gli acquisti mensili. Anche la Bank of England non dice più che lascerà i tassi bassi ma che non li alzerà “immediatamente”. L’exit stategy è inevitabilmente iniziata ed ora bisogna gestirne le conseguenze.
Il contesto dei mercati finanziari era sino all’altro ieri stabile pur muovendosi lungo i confini della precarietà, c’erano però troppi focolai accesi per poterli ignorare. Come scritto tempo fa (vedi) gli effetti del scosse telluriche della primavera del 2013 si sarebbero fatti prima o poi sentire. Così è stato. Nonostante le rassicurazioni delle Banche Centrali molte valute (Lira turca, Rand sudafricano, Peso argentino, Corona norvegese, Dollaro australiano…) e in generale i mercati emergenti non sono riusciti a riprendersi e anzi hanno ricominciato a scivolare verso l’instabilità.
Allargando l’orizzonte della visuale si osserva poi che l’indebitamento crescente accompagnato ad una progressiva riduzione del potere d’acquisto delle classi medie continua ad essere il maggior freno ad una crescita sostenibile. L’economia reale si è ridimensionata verso il basso nei paesi sviluppati e ha rallentato significativamente la sua crescita nei paesi emergenti. I debiti sono aumentati ovunque e in modo consistente, anche nei paesi emergenti (strutturalmente più fragili). Solo le politiche dei tassi bassi hanno consentito che le difficoltà dell’economia reale non avessero effetti distruttivi per i mercati finanziari. Ma per quanto e a quale costo finale?
E ora? Ah già, i focolai… quali di questi minaccerà, sino al punto di comprometterne la sopravvivenza, il disegno delle Banche Centrali? I buoni dati che indicano una frenata nella caduta dell’economia reale di alcuni paesi sviluppati rischiano di essere ben poca cosa se i mercati finanziari virano brutalmente verso l’instabilità, verso una rapida riduzione della propensione al rischio. Come le giornate di giovedì e venerdì scorsi dimostrano. Possiamo solo sperare che le crisi valutarie che molti paesi emergenti stanno subendo non si trasformino in crisi del credito… l’improvvisa rarefazione della liquidità su questi mercati, per anni beneficiari di molta generosità, potrebbe causare ulteriori effetti collaterali. Agli emergenti, forse, non resterà che alzare i tassi (per provare ad attrarre capitali) oppure.. vendere Treasuries (chi li ha) e sarebbe comunque una soluzione a breve termine.
I focolai (le paure) sono numerosi: il debito dei paesi periferici europei o la loro deflazione; alcuni emergenti (la Turchia? la Tailandia?…); l’Ucraina; il mercato immobiliare nord-europeo o quello statunitense; l’area mediorientale; il “tetto” del debito USA; i titoli di stato giapponesi…. la Cina?
La Cina? Sì. La “promessa” post crisi 2008 che ha rallentato la sua crescita economica dal 12% a poco più del 7% ma che ha anche mantenuto nel frattempo una crescita del credito sostenuta e praticamente inalterata. La Cina che abbiamo scoperta più indebitata del previsto. La Cina in cui l’ultimo HSBC PMI è sceso nuovamente sotto 50. La Cina in cui i tassi interbancari (Shibor) a breve sono da mesi in tensione (vedi) e ultimamente in crescita costante… I tentativi della PBOC (Banca Centrale cinese) di attuare una stretta nel credito nel 2013 sono falliti. Tanto credito quando l’economia rallenta può diventare rapidamente insostenibile (vedi). Difficile valutare questi elementi come fonti di speranza per la crescita mondiale. Se la Cina subisse un aggiustamento strutturale sarebbe più che naturale e salutare, rimarremmo infatti entro la normale ciclicità capitalistica; difficile però valutare le conseguenze di questo “aggiustamento” su alcune economie sviluppate già in sofferenza da anni.
Draghi salvaci, di nuovo, tu! (almeno per un altro pò…)

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