La BCE nuovamente al centro della ribalta. Più insistenti le voci e le opinioni in favore di un nuovo quantitative easing made in Europe. In parallelo si leggono più frequentemente i commenti di chi ritiene che anche la FED dovrà aumentare anziché ridurre il suo QE-infinity. Fatto non contraddetto dall’audizione della Yellen (successore di Bernanke) al Senato USA in cui si sostiene la necessità di mantenere una politica monetaria generosa. Persino in Giappone si reclama un aumento degli acquisti mensili della BOJ. Dopo il taglio della BCE, insomma, è arrivato un diluvio di quantitative easing verbale
Capita così di leggere sul Wall Street Journal: The need for more aggressive stimulus is increasingly being debated by economists and investors. Economists at BNP Paribas BNP.FR -0.96% argue the ECB should buy €50 billion ($67.18 billion) per month of government bonds of euro-zone countries and start doing so “the sooner the better.” Still it places the odds at under 50-50 “probably by a wide margin” in part because of likely resistance from the ECB’s conservative wing. Dall’articolo si desume, attraverso le parole di un membro del Comitato Esecutivo, come la BCE apra alla possibilità di un vero e proprio quantitative easing in stile americano. Almeno a parole.

Solo dei dati economici veramente buoni potranno mitigare gli effetti negativi del rialzo dei tassi in modo “sano”, altrimenti non resterà che insistere nelle manovre di quantitative easing. Ma, affinché siano ancora credibili, cosa si dovranno “inventare” le Banche Centrali per riportare i tassi verso il basso o, per lo meno, fermarli? Su quali “emergenze” giustificheranno le ulteriori misure tampone? Difficile pensare ad ulteriori manovre senza il coinvolgimento attivo di Cina ed Europa”… scrivevamo in luglio.
Quindi: Abenomics per tutti!
Inutile sottolineare le incongruenze e i rischi a cui si andrebbe incontro se anche la BCE si unisse in modo ancor più deciso alla moda delle politiche ultra-espansive. Rilancio dopo rilancio ci si allontanerebbe sempre più dall’economia reale e aumenterebbe in modo notevole la distorsione nei “prezzi” dei beni finanziari, peraltro già in atto. Al fine di sostenere nel breve termine una situazione più che precaria si aumenterebbe il rischio di una resa dei conti futura costosissima. Poco sembra importare… e allora… ancora Equity, equity!!
Attenzione però… abbiamo “bruciato” un ribasso dei tassi in meno di una settimana e si sta già parlando di ulteriori manovre. Si può legittimamente temere che, ad un certo punto, i mercati si rendano conto del rischio e inizino a prezzarlo.

Se le prospettive sono queste diventa importante definire un perimetro oltre il quale il sistema può diventare instabile. Un perimetro i cui punti sono alcuni livelli di indicatori chiave che possono avere molto effetto sul contesto globale.
Tutto poggia sul ragionamento che la exit strategy è e resterà l’elemento cardine dell’evoluzione dei mercati finanziari dei prossimi mesi-anni. Se, quando e come la exit strategy avverrà, essa comporterà delle significative conseguenze su diversi mercati. Nelle valutazioni di ciò che può accadere si deve poi tener conto delle dinamiche evidenziatesi nel periodo aprile-settembre di quest’anno sui diversi mercati.
Tutti vogliono esportare; tutti vogliono recuperare competitività; tutti stanno utilizzando misure ultra-espansive… e questo è compiuto da ognuno a danno degli altri creando un meccanismo di azione-reazione con continui rilanci (sul cambio o sulle misure monetarie). Rilanci che però avvengono a rendimenti decrescenti nella loro efficacia. Se avessimo la funzione matematica dei quantitative easing il suo limite ci direbbe qualcosa… in merito al fatto che un limite comunque c’è, basta osservare il seguente grafico:

Base Monetaria

Visto che l’azione delle Banche Centrali è rivolto a mantenere i tassi bassi è chiaro che ogni segnale in senso contrario sarebbe di grande importanza. In presenza di deflazione lo stesso mantenimento degli attuali livelli di tassi costituirebbe nei fatti un aumento degli stessi in termini reali. Per cui tutto passerà attraverso i tassi, soprattutto quelli dei bonds dei principali debitori. Così se il tasso sui titoli USA decennali dovesse superare a breve il 3% si possono ragionevolmente ipotizzare notevoli conseguenze sugli altri tassi globali e sui mercati emergenti, come è d’altra parte avvenuto nel periodo maggio-agosto di quest’anno. I debitori (Stati per nulla esclusi) potrebbero giustamente cominciare a temere per il loro futuro.
Non pochi danni potrebbe causare poi un ulteriore indebolimento dello Yen rispetto al Dollaro (oltre livello 100) se questo venisse accompagnato da un rialzo dei tassi dei titoli di Stato giapponesi. Al contrario, qualora fosse il dollaro ha svalutare troppo (anche rispetto all’Euro, magari oltre 1,40) per il Giappone sarebbe un grosso problema perché tutta la fatica dell’Abenomics si tradurrebbe in un nulla di fatto. Il Primo Ministro Abe dovrebbe a quel punto “rilanciare” adottando ulteriori misure ultra-espansive… ma può ancora farlo? Il Giappone resta il paese più esposto perché più ha spinto sulle politiche ultra espansive, ha una delle esposizioni debitorie statali fra le più precarie (vedi) e nulla sembra scalfire la deflazione pluridecennale che lo affligge.
In risposta alle politiche ultra espansive dei paesi sviluppati anche le reazioni degli emergenti, in termini di tassi e cambi, avrebbero i loro effetti nell’alimentare il fuoco della volatilità. Sto parlando delle cd guerre valutarie che si sono accentuate, nei loro effetti, proprio in conseguenza del QE-infinity e della Abenomics. Quello che è avvenuto quest’estate ci ha consegnato i paesi emergenti come vittime predestinate della exit strategy. Si può così leggere da questo punto di vista il recente rialzo dei tassi effettuato dalla Banca Centrale indonesiana: difendere la valuta in un contesto di deficit commerciale pur in presenza di inflazione relativamente stabile.
Da non trascurare, fra gli indicatori chiave del momento, i tassi Shibor del mercato interbancario cinese. La Cina ha lasciato che il credito si espandesse molto e quindi rialzi inattesi dei tassi potrebbero esporre il sistema a turbolenze. Eventuali accelerazioni non temporanee dei tassi Shibor avrebbero infatti severe conseguenze sulla crescita globale e quindi sulla capacità delle Banche Centrali di “gestire” la situazione. Anche se, in questi giorni, questi timori sembrano eccessivi visto l’entusiasmo per i risultati del Plenum delle riforme (future e molto ambiziose) che hanno spinto il mercato azionario cinese vicino alla sua “resistenza” (2500) dell’anno. Il Plenum disegna per il futuro uno scenario pro-mercato che rimarrebbe però incastonato in un contesto di istituzioni politiche praticamente immutate (credibile?).

Insomma, siamo in una situazione in cui ogni cambiamento significativo su uno qualsiasi dei fronti indicati porterebbe i diversi focolai attivi ad estendersi e magari unirsi. Salvo che i tassi non muovano o per lo meno si stabilizzino. Salvo ennesima immissione di morfina ai mercati…. più efficace se di matrice europea. La BCE ha infatti un margine di azione, rispetto alle altre Banche Centrali, in termini di manovre di allentamento monetario nel senso che potrebbe perseguirle senza portare, nel breve, i  mercati oltre i confini della stabilità. A patto che la mossa (vista la sua apparente improbabilità storica, politica e normativa) non spaventi i mercati.

L’OCSE ha ridotto le sue stime sulle crescita globale per il 2014 dal 3.1% al 2.7% mentre quelle per il 2015% le ha abbassate al 3.6% dal 4% precedentemente previsto (in maggio). Le giustificazioni della riduzione risiedono in un peggioramento atteso nelle economie emergenti e nelle tensioni politiche legate al bilancio federale degli USA.

Comunque tranquilli, i mercati non scenderanno, non possono scendere… non DEVONO!

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