Accordo raggiunto… nel senso che gli USA hanno trovato un accordo per rinviare la ricerca di un’intesa sostenibile sul debito all’anno nuovo. Tanto basta per iniettare una certa euforia sui mercati più che altro perchè grazie alla tregua politica la exit strategy sembra allontanarsi. Un altro calcio al barattolo…
Rimane sottotraccia il problema del dollaro. Può ancora sopportare il peso di essere la valuta internazionale di riferimento? Oppure, come sostengono i cinesi, dovremmo de-americanizzarci? Anche quest’ultima telenovela sullo shutdown dimostra che tutti i torti i sostenitori di un cambio di sistema non li hanno; il problema è che dal 2008 ad oggi all’orizzonte non si profila alcun sistema alternativo stabile. Ci tocca tenerci il dollaro…? L’unica nota stonata della presa di fiato post accordicchio sul tetto del debito è proprio il dollaro che si sta svalutando (contro Euro è 1.367) nella direzione opposta al lieto fine che sembrava profilarsi. Un altro “effetto collaterale” delle misura ultra-espansive? Vedremo…
Si può poi osservare come eventi propagandati potenzialmente “disastrosi” non producano alcun effetto sul mercato quando si ventilano e alimentino invece ulteriori rialzi quando vengono scongiurati pur al costo di strascichi negativi sulle prospettive di crescita. Si pensi al shutdown, al tapering, al tetto del debito oppure alle sempre possibili crisi nei governi di paesi periferici europei (fra cui l’Italia)…
I mercati azionari non dovrebbero fondare la loro forza sulle manovre delle Banche Centrali ma sulla crescita, quest’ultima ad oggi sembra alquanto debole e in deterioramento. I mercati per ora non lo ritengono un fattore rilevante e preferiscono farsi cullare da una deriva positiva sostenuta dalle Banche Centrali.

Equity, equity… sembra comunque suggerire il contesto attuale… per cercare un po’ di rendimento, per essere più vicino ai beni reali, perché è meno peggio… forse però ci stiamo dimenticando un elemento non propriamente trascurabile… il classico elefante nel negozio di cristalli… la montagna di debiti su cui tutti i mercati poggiano e che negli ultimi anni è cresciuta in modo più che significativo. Possiamo pensare di dedicarci tranquillamente ai cristalli senza sfamare l’elefante? Possiamo pensare di lasciare alle sole banche centrali il compito di finanziare i rinnovi dei debiti in scadenza? Difficile. Costituiscono prova di ciò la proliferazione di forme ibride di indebitamento (hybrid bonds, cocos, etc.) e il consolidamento di forme istituzionali di ristrutturazione dei debiti (con sempre più inevitabile coinvolgimento dei privati).
Esiste una strada in cui i debiti possano diminuire senza causare shock sugli altri mercati? Se esiste è molto stretta e in salita. Occhio sempre ai tassi d’interesse… se ricominciano a salire non sarà facile questa volta contenere gli effetti a cascata che l’aumento produrrà. Anche perché, avendo la FED posticipato a data da definirsi l’inizio della exit strategy, ogni rialzo dei tassi risulterà inatteso e indesiderato, ossia ulteriore prova dell’inefficacia dei quantitative easing e dell’assenza di un effettivo controllo sui c.d. “effetti collaterali”.

Registriamo gli esiti della riunione dell’Eurogruppo, non più alla ribalta come qualche tempo fa,  tenutasi la settimana scorsa dove si è cercato di portare avanti la costruzione dell’unione bancaria sotto il controllo della BCE, senza fretta. Si è chiarito che prima di acquisire le sue funzioni la BCE vuole delle banche “pulite” ossia delle istituzioni che abbiano, a cura dei singoli stati, aumentato il loro patrimonio in modo adeguato (vedi anche). Vedremo gli stress test cosa ci diranno..
Rispetto al 2008, oggi esistono delle bozze e delle norme, nonché dei casi concreti (Grecia, Cipro, Bankia,…),  di risoluzione delle crisi debitorie di stati e banche che consentirebbero di gestire nuovi singoli eventi senza compromettere il sistema nel suo complesso; almeno questa è la speranza delle istituzioni europee e non solo. Di questo si sta parlando, da un po’, sia a livello europeo sia a livello del FMI (come alcuni box rivelatori lasciano intuire). Uomo avvisato…

Qualche buon segnale dalla Bilancia Commerciale europea anche se, nel dettaglio, l’atteso boom delle esportazioni sui paesi “periferici” non può considerarsi propriamente realtà. Pesa forse un Euro troppo forte. La Germania sembra poi accusare (in termini di ordini e produzione) i primi contraccolpi delle difficoltà delle economie emergenti.

I dati che provengono dall’economia del Dragone non paiono esaltati: si indeboliscono le esportazioni mentre l’inflazione riprende a salire con le autorità monetarie sempre impegnate nel tentativo di tenere sotto controllo l’esuberanza creditizia. Il PIL trimestrale (al 7.8%)  annunciato venerdì non cambia un quadro generale di rallentamento della crescita in Cina

Ennesimo deficit commerciale per il Giappone peggiore delle attese. Il buon dato delle esportazioni viene ampiamente compensato dall’aumento delle importazioni, Abenomics da questo punto di vista non sembra funzionare. Ormai il Giappone può essere considerato un paese in deficit strutturale. Non è una buona notizia per il paese con il rapporto Debito/Pil più alto al mondo.

Come promemoria finale… non si sono ancora rimarginate le ferite che l’atteso tapering anticipato, poi smentito, ha prodotto in maggio-agosto sui mercati emergenti ed è ancora incerta l’entità degli effetti che queste ferite inevitabilmente avranno sulla crescita globale.

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