Può un numero scritto su una legge portare la prima economia mondiale sul l’orlo del default? Improbabile. Sicuramente, la questione del “come” rientrare da una serie di deficit federali di consistenza rilevante, via via accumulati, si trova in una sostanziale impasse da più di due anni. Possiamo infatti far risalire l’inizio del travaglio all’agosto del 2011, data in cui le difficoltà di bilancio degli USA si evidenziarono con forza con il primo storico downgrade ad opera di S&P. Il debito federale ha ormai raggiunto, e forse superato, il livello del Pil statunitense.
E’ evidente poi che senza l’aiuto della FED, con il suo quantitative easing, tutto sarebbe stato più difficile. Il proseguimento dell’impasse peserebbe sia sulla crescita economica sia sulle possibilità della FED di gestire al meglio il c.d. tapering ossia l’inizio di exit strategy di cui molto si parla negli ultimi mesi. Senza un chiarimento sulla politica fiscale le incertezze peserebbero su un dollaro che fa sempre più fatica a mantenere e giustificare il suo ruolo di valuta di riserva mondiale.

Sul fianco giapponese per ora la BoJ è riuscita a far scendere i tassi dando l’impressione di avere il controllo della situazione. Dal lato economico i dati sono ancora troppo contradditori per poter definire la Abenomics più utile che dannosa. Così a qualche scintilla su Pil ed immobiliare fanno da contraltare un deficit commerciale in tendenziale deterioramento; ordini e produzione in miglioramento ma significativamente sotto le attese a cui si aggiungono indici di fiducia e spesa delle famiglie addirittura in peggioramento.
Quello giapponese resta il fronte più esposto perché è quello dove si è attualmente “spinto” di più sulle politiche ultra-espansive, per cui diventa l’indicatore primario della tenuta delle politiche aggressive portate avanti dalle principali Banche Centrali.
La svalutazione dello yen dopo essersi arrestata sembra tendere ora a ridimensionarsi, è difficile che ulteriori spinte pro export possano arrivare da qui. O, meglio, ulteriori spinte sulla leva del cambio potrebbero rivelarsi molto costose in termini di effetti collaterali…

L’Europa beneficia ancora della sua relativa tranquillità apparente, soprattutto dopo che l’Italia sembra aver riguadagnato un po’ di stabilità, anche se non è ben chiaro a che prezzo. Senza significative variazioni del contesto, né in un senso né nell’altro, si preferisce attendere nuovi eventi che aiutino a comprendere le prospettive politico-economiche dell’Area Euro e della UE.

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