Dicevamo che negli Stati Uniti la crescita stava accelerando? Scherzavamo, infatti abbiamo ridotto le nostre aspettative di crescita su quest’anno (2-2.3%) e sul prossimo (2.9-3.1%). Dicevamo che avremmo cominciato a ridurre l’intensità degli acquisti legati alle politiche di quantitative easing? Scherzavamo, come non detto… si continua come prima. Quanta credibilità ha perso la FED con la mossa del 18 settembre?
Sicuramente la “guida in avanti” che la FED si è assunta con le politiche di quantitative easing sta mostrando una certa confusione, indecisione. Dopo aver preparato i mercati all’inizio della exit strategy non solo si invia un segnale contradditorio nel rinviarla ma lo si accompagna ad una significativa riduzione delle aspettative di crescita (vedi). Si può comprendere che così facendo Bernanke ha nuovamente guadagnato solo tempo… ma a che prezzo?
Come si può evincere dalla dichiarazione ufficiale (vedi), la mossa ha trovato la sua vera giustificazione nella paura che le financial conditions peggiorassero repentinamente compromettendo quel poco di ripresa economica che i vari QE hanno aiutato a produrre. In questo modo però la FED ha legato, in modo esplicito, proprio all’andamento dei mercati finanziari la sopravvivenza del quantitative easing e viceversa. La giustificazione economica…
Un’altra questione di credibilità si sta ponendo per le autorità politiche statunitensi impegnate (fra shutdown, tetto del debito e sequester) nel difficile compito di risanare le finanze pubbliche della prima potenza economica mondiale. A breve bisognerà modificare nuovamente il c.d. “tetto” del debito USA perché nonostante tutti gli sforzi esso continua a crescere. Si possono comprendere le difficoltà ad intraprendere percorsi di “rigore” in un contesto economico che rimane debole, seppur relativamente migliore di altri, anche se è bene non sottovalutare che il tempo concesso dalle politiche di quantitative easing sta probabilmente esaurendosi.

Alla fine anche le elezioni tedesche sono passate lasciandoci un sostanziale nulla di fatto. O, meglio, un: poco cambierà. La linea politica tedesca ha le sue ragioni strutturali e strategiche per essere mantenuta nella sua sostanza e lo sarà. L’impostazione intergovernativa delle decisioni UE, la lentissima costruzione di infrastrutture europee unitarie a trazione tedesca, il sempre maggior coinvolgimento dei privati nei salvataggi… tutti elementi che continueranno a seguire le dinamiche sin qui viste.
Il contribuito della BCE di Draghi è stato decisivo ma difficilmente potrà andare molto oltre. Come nel caso della FED, Draghi con i suoi QE verbali è riuscito solo a guadagnar tempo in attesa di soluzioni ai problemi strutturali che affliggono l’Euro e la UE (che continuano ad essere due realtà nient’affatto sovrapponibili) e non poteva essere altrimenti. In questo tentativo, riuscito, di guadagnar tempo la BCE ha però speso molta della sua credibilità; difficile ritenere che vi siano ulteriori spazi di sacrificio senza andare a compromettere equilibri già instabili. Da qui in poi bisognerà cominciar a tirare qualche somma…

Su tutti gli scenari qui descritti pesano poi le conseguenze delle azioni di risanamento portate avanti(?) dalle autorità italiane. Il debito pubblico italiano rimane, per dimensione relativa, fra i più monstre al mondo ed è, per ora, affidato alle cure di autorità politiche fra le meno dotate di credibilità. Alla fine tutto regge sullo  “scudo Draghi” che potrebbe attivarsi solo dopo aver firmato un memorandum con la Troika, e sulla sua… duole ripeterlo… credibilità.

Gli stralci più interessanti delle dichiarazioni FED del 18 settembre:

“The Committee sees the downside risks to the outlook for the economy and the labor market as having diminished, on net, since last fall, but the tightening of financial conditions observed in recent months, if sustained, could slow the pace of improvement in the economy and labor market”.

“In determining how long to maintain a highly accommodative stance of monetary policy, the Committee will also consider other information, including additional measures of labor market conditions, indicators of inflation pressures and inflation expectations, and readings on financial developments”.

“Voting against the action was Esther L. George, who was concerned that the continued high level of monetary accommodation increased the risks of future economic and financial imbalances and, over time, could cause an increase in long-term inflation expectations”.

Piaciuto l’articolo? Condividilo!