Il rialzo dei tassi iniziato a maggio ha traumatizzato i mercati al punto che, a più riprese, i governatori delle Banche Centrali sono dovuti intervenire per rassicurare i mercati sulla continuazione dei programmi di quantitative easing (QE)… veniva scritto già qualche post fa (link)… e il trauma non è passato, anzi.
Come fra maggio e giugno sono stati i paesi emergenti, per ora, a pagare il maggior dazio. L’India è entrata in una fase di turbolenza finanziaria che non deve essere sottovalutata ma non è la sola economia emergente in difficoltà. Intanto i tassi hanno ricominciato a salire.
Le minute dell’ultima riunione della FED non hanno dissolto (volutamente?) l’ambiguità che circonda le effettive ragioni che stanno portando la banca centrale statunitense a “rallentare” l’andatura del suo QE-infinity. In pratica la questione è: la FED è preoccupata delle conseguenze potenzialmente nefaste legate all’eccessivo uso dello strumento del quantitative easing (insieme ai diversi “effetti collaterali” che sta causando in giro per il mondo) oppure crede davvero di aver meno necessità di misure ultra-espansive perché riscontra i segnali di una crescita sostenibile in maturazione? Il prevalere di una o dell’altra versione dipenderà molto dalla velocità e consistenza della variazione nei tassi: tanto più varieranno e tanto più rapidamente lo faranno e maggiori saranno le ripercussioni destabilizzanti. Anche i mercati si muovono incerti fra cali dei prezzi (o salite dei tassi) su notizie “buone” e recuperi su notizie considerate sufficientemente “cattive” da far desistere la FED dalla sue intenzioni di exit strategy, con il pregevole paradosso di un’economia debole che finisce per sostenere i mercati azionari. Vedremo se gli appuntamenti di settembre aggiungeranno elementi utili a sciogliere qualche dubbio. I venti di guerra, pur calmierando i tassi, non fanno che aggiungere incertezza con implicazioni negative ad un contesto in cui i focolai certo non mancavano.
Qualche dato positivo a dir la verità, sia negli USA ma anche in Europa, nelle ultime settimane è arrivato. Per lo più si tratta di “zero virgola” che per alcuni (vedi Italia) però possono voler dire riprendere fiato dopo periodi in cui il segno meno dominava. Per lo più sono dati di “fiducia” che pur importanti e utili non sempre corrispondono alla reale dinamica dell’economia. Quanto sia sostenibile e duraturo tutto ciò è difficile dirlo anche perché il window dressing delle statistiche economiche non è una prerogativa della sola Cina e, visto l’approssimarsi delle tanto attese elezioni tedesche, qualche dubbio sulla rispondenza alla realtà di alcuni dati potrebbe legittimamente sorgere.
Si può certamente constatare che gli USA essendo tuttora la prima economia mondiale, avendo una relativa prospettiva di minor dipendenza energetica (shale gas&oil) e disponendo della valuta di riserva globale possono considerarsi ancora in una posizione relativamente migliore di altre economie mondiali. D’altro canto però, bisogna anche tener presente che l’immane sforzo profuso dalla FED, dal 2008 a oggi, ha prodotto probabilmente una crescita “debole” e insufficiente a giustificare l’attuale entusiasmo dei mercati azionari. Vi è poi da aggiungere che il rialzo sulla curva dei tassi dei titoli statunitense, di un punto abbondante, finirà per non agevolare nei prossimi mesi una già incerta ripresa, come non lo farà un petrolio oltre i 100 dollari, tanto più esso perdurerà sopra questa soglia (e gli scenari di guerra in questo senso non aiutano).

Il possibile inizio di una sorta di exit strategy da parte della FED e i risultati incerti della Abenomics hanno sicuramente contribuito ai deflussi da mercati emergenti (un inizio di riduzione della propensione al rischio?) influendo significativamente sulle valute di molti paesi. Ciò in un contesto in cui le politiche ultra espansive condotte da alcune Banche Centrali, negli ultimi anni, avevano già costretto molti paesi a svalutare le loro monete o a ridurre i tassi d’interesse per non perdere in competitività, spesso anche in presenza di inflazione non propriamente sotto controllo. Il rallentamento della crescita cinese ha fatto il resto…
Come evidenziato in un precedente post (vedi) anche il FMI aveva segnalato un acuirsi dei problemi economico-finanziari che pesano sui mercati emergenti. Ci si potrebbe anche chiedere come ciò sia di sollievo per le economie “mature” o, meglio, come questo non rappresenti un motivo di preoccupazione per i mercati… chi sosterrà la crescita globale nei prossimi mesi? La domanda interna di Europa, USA e Giappone? A chi si esporterà?
Visti gli ingenti capitali investiti verso i paesi emergenti dal 2009 ci si può chiedere quale sia la lungimiranza originaria di quegli investimenti… la favola dei paesi emergenti “futuro del mondo” è svanita? Il centro produttivo-commerciale del globo non si stava spostando nel Sud-Est asiatico?

Crisi India.
Il trend ribassista della rupia è iniziato nell’estate del 2010 quando bastavano meno di 60 rupie per un Euro, oggi ne servono più di 85. La svalutazione della valuta indiana ha però accelerato (da 70 a 85 rupie per un Euro e da 55 a più di 65 rupie per un dollaro in neppure tre mesi) la sua dinamica nel maggio di quest’anno in concomitanza con le prime aspettative di concreto inizio della exit strategy da parte della FED. Una svalutazione che da desiderata (per necessità competitive) si è rapidamente trasformata in un serio problema finanziario per il governo indiano. L’India è anche uno dei diversi “effetti collaterali” prodotti dai vari quantitative easing che hanno costretto, mentre venivano attuati, i paesi emergenti ad adottare misure espansive indesiderate (riduzione dei tassi e svalutazioni) e a subire i deflussi di capitale quando inizierà la exit strategy.
Diversamente da altri paesi emergenti l’India presenta problemi strutturali che ne hanno determinato la maggior esposizione a turbolenze finanziarie. Così, a differenze di altri, ha delle finanze pubbliche che non consentono molti margini di intervento a sostegno dell’economia (il deficit rispetto al PIL è intorno al 5%, per ora, e il debito pubblico lordo viaggia da anni sopra il 60%) nonostante il periodo pre-elettorale. Il deflusso di capitali poi non è mai una buona notizia per un paese che ha un deficit commerciale significativo. La svalutazione della rupia potrebbe rendere difficile anche la lotta contro un’inflazione (oltre il 9%) che da anni pesa sull’economia indiana e che è sembrata spesso poco controllabile. Secondo un’interpretazione il deflusso di capitali dall’India sarebbe dovuta alla miglior attrattiva delle economie “sviluppate”… uhm…
Soluzione della Banca Centrale indiana (RBI)? Un bel programma di acquisto (1.2 mld di $) di titoli statali a lungo termine. Mosse e contromosse, a livello globale, sempre più fonti di instabilità.
Anche il Brasile ha avviato un programma di sostegno al Real (da 60 mld dollari). Dopo aver osteggiato per mesi l’eccessiva rivalutazione della sua valuta, ora il Brasile si attrezza per affrontare il caso contrario. Entrambi gli eccessi hanno la loro origine nelle politiche ultra-espansive delle Banche Centrali dei paesi “sviluppati”. D’altra parte è stato proprio il ministro brasiliano Mantega il primo a parlare pubblicamente di “guerra valutaria”.


(fonte: Financial Times)

Europa:
In settembre anche la telenovela greca dovrebbe dare qualche risposta in merito alla sostenibilità dei programmi di aiuti già deliberati, delle misure di risanamento intraprese e del traballante governo Samaras. Si parla molto di un ulteriore bailout in favore della Grecia… inevitabile, completamente a carico della UE ma di importo relativamente contenuto (rispetto a quanto è già stato concesso).

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