Siamo abituati a considerare il Giappone, nonostante tutto, come un investimento poco redditizio ma sicuro, in alcuni casi “rifugio”. Con l’inizio della Abenomics forse è opportuno chiedersi se tanta fiducia è ben riposta…

Attualmente sul bilancio statale del Giappone gli oneri per il servizio del debito  incidono, sul totale della sua Spesa Pubblica, per circa il 24%. Se, invece, confrontiamo tali oneri con le sole entrate fiscali, escluendo quelle derivanti da nuove emissioni di debito, possiamo constatare che il peso arriva a superare ormai il 50%; ciò vuol dire che, in assenza di emissioni di nuovo debito, metà delle entrate fiscali del Giappone dovrebbero essere destinate al pagamento dagli oneri del debito esistente.  Come mostra la tabella (fonte) la tendenza degli ultimi tre anni sembra stabile… ma ciò dipende dal fatto che i tassi riconosciuti sul debito sono stati “opportunamente” decrescenti.

 

Se, come evidenziato, si tiene conto del tasso eccezionalmente basso che attualmente il Giappone riesce a pagare sul suo debito si comprende anche l’enorme rischio che si sta assumendo qualora non riuscisse a “contenere” i tassi agli attuali valori… Quanto inciderebbe un aumento dei tassi anche solo di un punto percentuale sulle attuali masse debitorie?…. tic tac… tic tac…. tic tac….
A titolo di paragone si potrebbe tener presente che attualmente gli USA, un paese che sembra aver intrapreso una strada simile a quella giapponese (in termini di politiche di indebitamento e monetarie), vedono il loro onere annuale per il debito incidere per circa un 11% sul totale delle spese e per circa un 16% sulle entrate fiscali (fonte). Come si nota, pur essendo già gli USA esposti ad un rischio rialzo dei tassi per il Giappone la dipendenza dalla sostenibilità del suo debito è molto più marcata, forse troppo.
Occorre tener presente che le entrate fiscali, in un’economia sana, dovrebbero essere destinate a finanziarie i servizi e le politiche pubbliche e non, in modo sempre più preponderante, un debito che sembra senza limite. Sia la richieste di nuove tasse che la riduzione della spesa pubblica hanno, fisiologicamente ed inevitabilmente, un limite. Un paese a bassa crescita non può permettersi né una politica fiscale aggressiva né di utilizzare lo strumento del debito in modo spensierato (anche se posseduto completamente dai sui cittadini!). Ad un certo punto lo squilibrio, già presente, fra entrate fiscali e oneri per il debito potrebbe diventare ingestibile.
In questo contesto sembrano un po’ “stonati” gli entusiasmi (link) per eventuali riduzioni delle tasse societarie ventilate dal Governo Abe per mitigare gli effetti del già programmato rialzo delle imposte indirette. Ridistribuzioni dei carichi fiscali sono sempre possibili ma il Giappone dovrà  comunque rafforzare i suoi prelievi fiscali (sia e sia) se vorrà far prudentemente fronte a possibili rialzi nei tassi riconosciuti sui suoi titoli; rialzi non così improbabili. Se è vero che un eventuale rialzo dei tassi richiederebbe del tempo prima di coivolgere tutto lo stock del debito giapponese, rinnovo dopo rinnovo, è anche vero che, qualora il rialzo venisse considerato “strutturale” dai mercati, produrrebbe i suoi effetti ben prima del concreto coinvolgimento di gran parte delle emissioni nell’aumento medesimo. Detenere titoli giapponesi potrebbe diventare così un investimento speculativo anche se parliamo pur sempre della terza economia mondiale….
Ritornano qui utili considerazioni (post) in merito a possibili premi al rischio aggiuntivi legati ai potenziali squilibri ipotizzabili in una situazione di forte dipendenza dalle emissioni di debito e dal sostegno delle Banche Centrali. Un premio al rischio che potrebbe contribuire ad alimentare un circolo vizioso molto pericoloso per la sostenibilità del debito giapponese.

 

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