Segnaliamo un articolo del Financial Times per la sua capacità di cogliere, con una prospettiva quasi storica, uno dei principali  “limiti” della globalizzazione finanziaria per come si è evoluta negli ultimi decenni.
Facendo risalire i guai del mondo addirittura al 1971 (quando Nixon abbandonò definitivamente il Gold Standard) l’articolo evidenzia come progressivamente il peso degli interventi della Fed sia cresciuto e abbia finito per condizionare l’economia globale, non sempre positivamente. Di fatto si critica questo modello dollarocentrico perché instabile in sé, inevitabilmente incapace di sanare gli squilibri che si vanno via via creando fra le diverse economie del globo. L’autore dell’articolo cita l’esempio dell’impossibilità di imporre ai paesi in strutturale surplus commerciale (condizione tipica dei paesi emergenti, fino a ieri) di “sanare” le eccedenze; dimentico del fatto che probabilmente qualcuno aveva interesse a ciò perché era strutturalmente (quasi storicamente) in deficit commerciale, aggiungiamo noi.
Così, sottintendendo gli eccessi di finanziarizzazione e indebitamento, arriva alla pessimista frase iniziale (“The world is doomed to an endless cycle of bubble, financial crisis and currency collapse”) in cui si pronosticano disastri indicibili derivanti dallo scoppio successivo di bolle finanziarie. Si ipotizza in pratica che il dollaro possa, nel contesto attuale, a perdere di credibilità innescando una crisi valutaria proprio al cuore del sistema finanziario… salvo che… non lo si riformi completamente. Ma che interesse hanno gli Stati Uniti ad abbandonare il privilegio di condizionare in modo decisivo l’economia globale (e far pagare ad altri le loro magagne)?

Piaciuto l’articolo? Condividilo!