Il rialzo dei tassi iniziato (vedi anche) a maggio ha traumatizzato i mercati al punto che, a più riprese, i governatori delle Banche Centrali sono dovuti intervenire per rassicurare i mercati. Persino Draghi ha dovuto ribadire il suo “tutto quanto è necessario” per attenuare le tensioni che si andavano accumulando sui mercati. La politica dei tassi bassi, nelle intenzioni dei banchieri centrali, durerà ancora a lungo… DEVE durare ancora a lungo. Niente exit strategy. Ma qualcosa comunque è successo e non sarà facile arrestare gli effetti a cascata che produrrà.We’re going to be responding to the data,” ha detto ieri Bernanke al House Financial Services Committee in merito al programma di acquisto di bond della Fed. “If the data are stronger than we expect, we’ll move more quickly” to reduce purchases. If data “don’t meet the kinds of expectations we have about where the economy’s going, then we would delay that process or potentially increase purchases for a time.”(articolo di Bloomberg)

L’exit strategy è nei fatti iniziata. Non si potrà fare a meno di tener conto del rialzo dei tassi che ha colpito le principali economie mondiali, proprio quelle che hanno fatto ampio ricorso alle politiche di “facilitazione”. Le manovre di quantitative easing (QE) difficilmente potranno avere ancora un’efficacia duratura sui mercati e soprattutto sull’economia.
In questo momento i mercati e le stesse autorità monetarie sono in una fase di “negazione”, preferiscono non prendere atto che il ciclo dei QE si appresta ad imboccare la fase conclusiva; questo anche perché le politiche di quantitative easing non sono riuscite ad ottenere risultati significativi e sostenibili laddove avrebbero dovuto: nell’economia reale. Ogni nuova manovra (rilancio) ha avuto, e presumibilmente avrà, meno efficacia esponendo il sistema a maggiori rischi. Quindi, tanto più durerà la fase di “negazione”, tanto più i danni conseguenti potrebbero essere importanti.
Così non può che essere frutto di una “negazione” il fatto che i mercati azionari reagiscano positivamente a notizie economiche “deboli” nella speranza della continuazione delle politiche di quantitative easing. Peccato che, qui sta la “negazione”, la stessa notizia dimostri la non efficacia delle politiche stesse. Un nesso causale che non potrà essere ignorato a lungo.
Senza una reale ripresa dell’economia globale che giustifichi un’uscita soft dalle politiche delle Banche Centrali, difficilmente un rialzo dei tassi non produrrà volatilità su diverse asset class (obbligazioni in primis ma anche azioni, materie prime, valute, etc.). Anche perché, come ciò che è avvenuto in maggio dimostra, è ormai sufficiente un rallentamento nei quantitativi degli acquisti effettuati dalle Banche Centrali per determinare degli effetti indesiderati di volatilità.
La Cina, a sua volta, è alle prese con un rallentamento economico importante i cui effetti potrebbero influire non poco sull’andamento del ciclo economico mondiale del prossimo anno. A causa poi delle politiche espansive adottate sin qui dalle autorità cinesi, le stesse si trovano a dover gestire, e ora anche “contenere”, una crescita spropositata delle masse creditizie, masse che hanno già causato qualche scossone sull’interbancario cinese (forti oscillazioni nello Shibor, per il momento rientrate). Un’attività economica in rallentamento e forti esposizioni creditizie mal si conciliano sotto il profilo della solvibilità. Il fatto poi che il Governo cinese non sia riuscito a tener sotto controllo i prezzi delle abitazioni porta a ritenere più probabili azioni più restrittive per il credito.

Scriviamo questo in giorni in cui l’indice S&P500 ha raggiunto il suo massimo storico (su quali basi economiche?); la città di Detroit ha dichiarato fallimento; il prezzo del petrolio è ai massimi (è stato più alto solo nel 2008, in occasione di Fukushima nel 2011 e nel movimento speculativo nel marzo 2012) e il sistema bancario spagnolo certifica un livello di sofferenze che supera i 170 mld… per citare solo quattro delle molte contraddizioni di questa fase economico-finanziaria che in qualche modo riescono a co-esistere.

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