L’evento chiave della settimana è l’ulteriore e generalizzato rialzo dei tassi (a medio-lungo termine) di gran parte dei titoli di stato delle principali economie: Usa, Giappone e Germania in primis. Ciò accade in contrasto con le politiche delle Banche Centrali
che perseguono da tempo una politica dei tassi bassi. Rotazione in favore dell’azionario? Forse, ma potrebbe anche trattarsi di un effetto collaterale delle prolungate azioni di quantitative easing delle Banche Centrali, o meglio, del venir meno della loro efficacia. E’ presto per dirlo ma la debolezza dei mercati azionari di questi giorni non fa ben sperare.
Il rialzo dei tassi sui mercati non è una buona notizia per la montagna di debiti (pubblici e privati) che grava sull’economia globale.

Continuo a ritenere la volatilità sul mercato obbligazionario giapponese un evento destabilizzante con effetti ancora difficili da prevedere. Non è facile conciliare un obiettivo d’inflazione ambizioso e il desiderio di mantenere i tassi dei titoli di stato bassi.
La ferita del -7% sul Nikkei non si è rimarginata; le dinamiche che hanno determinato sia il -7% quanto il -5% di questi giorni sono ancora in atto. Uno storno del Nikkei dopo la corsa fatta in pochi mesi può risultare naturale ma non credo sia solo questo. Le contraddizioni insite negli obiettivi perseguiti dalla Abenomics forse si cominciano a palesare.
In questo momento cambio Yen-$, tassi dei titoli di stato e corsi azionari in Giappone sono la cartina al tornasole della riuscita o meno della Abenomics. Il Governo giapponese e la BoJ dovranno scegliere: o difendono i titoli di stato o perseguono una politica inflattiva aggressiva. Gli effetti delle scelte avranno una valenza globale perché determineranno la credibilità, in termini di efficacia, di tutte le politiche di QE sin qui perseguite.

Il FMI ha ridotto le stime di crescita della Cina per i prossimi anni. Ci avviciniamo a quel 7% di crescita tendenziale (auspicato) che lo stesso Governo cinese, alla fine, ha dovuto ammettere. Il rallentamento nel ritmo di crescita potrebbe causare, fra le altre cose poco piacevoli, anche disfunzionamenti nei mercati cinesi del credito, da tempo sovradimensionati.

La Commissione Europea ha concesso più elasticità nei conti pubblici, con diverse gradazioni a diversi paesi (Francia, Spagna, Italia, Portogallo, Olanda, Lettonia…). E’ una concessione alla debolezza della situazione più che una ritrovata salute. Inoltre la deroga concessa alla Francia certifica la sua entrata fra i paesi in difficoltà e quindi il contagio in atto.
Dubito che al prossimo Eurogruppo le promesse politiche espresse in favore di una riduzione della disoccupazione giovanile potranno tradursi in politiche efficaci nell’invertire il declino degli indici di occupazione dei paesi “deboli” dell’Europa. Quali risorse?
Di questi giorni il dato che, in Italia, nella fascia 15-24 anni la disoccupazione è al 41,9%.

In Spagna peggiora leggermente il deficit pubblico (2.38% del PIL su aprile) e rimangono elevati i non performing loans nonostante la creazione di una specifica Bad Bank.
Bankia, tornata agli scambi dopo la ricapitalizzazione senza grande successo, vale ormai poco più di 60 centesimi ad azione. Ora lo Stato spagnolo detiene il 68.39% di Bankia e risponderà delle sue future esigenze finanziarie che non sembrano per nulla essersi esaurite.

La Grecia sembra aver arrestato la sua caduta e gode per il momento di un benevolo cono d’ombra.

Piemonte, Sicilia e Campania sono state downgradate a Ba2 mentre il Lazio a Ba1 da Moody’s che ha mantenuto l’outlook negativo. Solo per ricordare che i problemi si possono posticipare ma raramente si risolvono da soli.

 

 

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