Il buon dato del Pil giapponese della scorsa settimana ha ridato solo una breve speranza ai sostenitori delle manovre di QE anche perché la BoJ ha confermato di non volere “rilanciare” nelle sue politiche ultra-espansive. Anche le ulteriori misure (liberalizzazioni e riduzioni di tasse) ipotizzate dal Governo Abe sono sembrate non solo insufficienti ma tendenzialmente pericolose per la tenuta del debito pubblico.
Così le apparenti indecisioni in seno alla Fed, emerse dai primi di maggio, e le contraddizioni insite nella strategia Abe hanno alimentato gli ulteriori rialzi nei tassi a cui si è assistito fino a qualche giorno fa. Nonostante i valori raggiunti dalle curve dei tassi siano stati già “visti” di recente ciò che ha colpito i mercati è stata la rapidità del movimento rialzista, in assoluta controtendenza con le azioni delle Banche Centrali (vedi ). Le politiche di quantitative easing hanno esaurito la loro capacità di sostenere i mercati? La convinzione dell’utilità e dell’efficacia delle politiche di quantitative easing è stata incrinata ma forse non ancora sconfitta. In fondo i timori sue conseguenze della exit strategy potrebbero alimentare la fiducia nelle politiche adottate e quindi sostenere i mercati. Per quanto tempo ancora?
Sino ad ora la manovra di QE è stata sostanzialmente globale nel senso che, a turno o insieme, le diverse Banche Centrali hanno dovuto alimentarne il sostengo (i “rilanci”). E’ abbastanza evidente quindi che la exit strategy sarà unica, nel senso che determinerà effetti globali a catena anche se ad iniziarla sarà una sola economia (USA? o Giappone?).
Vedremo se la riunione FOMC di mercoledì aggiungerà qualche elemento utile alla comprensione dei possibili eventi futuri. Le attese sono di una conferma della linea sin qui adottata.

Il brutto dato del Pil greco (-5.6%) ha riportato in auge il dubbio sulla sostenibilità del debito greco, ormai in buona parte in mano ai paesi Euro. Sesto anno consecutivo di recessione per la Grecia. Anche il dato sulla disoccupazione resta alto (27.4%).
Un’ulteriore ristrutturazione del debito riguarderebbe a questo punto proprio quello contratto con i partners europei. Può, politicamente, la Germania accettare un simile scenario?
E i titoli già in possesso della BCE? Le difficoltà della Grecia aumentano la diversità di opinioni sul da farsi in seno alla Troika: la questione diverrà inevitabilmente sempre più “europea”.
Nel tentativo di recuperare lo smacco della mancata vendita della rete gas, il Governo greco ha deciso di chiudere d’imperio la televisione pubblica aprendo però un forte dissenso in seno alla coalizione che lo sostiene.
Anche il Portogallo, pur proseguendo la sua politica di austerità, stenta a dare segni di ripartenza. Il Pil viaggia su un corposo -4% e la disoccupazione supera il 18%. Anche qui, come negli altri paesi Pigs, il rilancio delle esportazioni stenta a dare contributi significativi.
Sembrano emergere nuovi problemi nella lenta ristrutturazione della Banca di Cipro.
Neanche a dirlo, pare che manchino risorse per consentire una sostenibile sopravvivenza della banca.
I prossimi quindici giorni dovrebbero aggiungere, grazie a vertici vari, qualche elemento di chiarezza in più in merito alle possibilità dell’area Euro di darsi una sostenibilità di lungo termine e di creare basi solide al rilancio della crescita.
I tentativi, non nuovi, di coinvolgere la Bei nella massa di debiti sin qui accumulati dall’Europa non fanno ben sperare sulle reali intenzioni di “risanare” portate avanti da alcuni paesi europei.

Cina: sempre in difficoltà mentre si consolida l’aspettativa di una riduzione dei tassi di crescita futuri, accompagnata da dubbi sul sistema creditizio. I tassi a breve termine cinesi stanno evidenziando una discreta volatilità al rialzo; questo potrebbe essere un segnale di difficoltà di alcune realtà bancarie locali oppure di una rarefazione della liquidità disponibile.
In generale tutti gli emergenti stanno soffrendo pur venendo da momenti di mercati non particolarmente favorevoli. La “speranza emergenti” si è alquanto raffreddata. Difficile però immaginare una reale ripresa economica globale nel medio-lungo termine senza il loro ormai fondamentale contributo.

E’ bene ricordare che il mondo è seduto sopra una montagna di debiti. Il venir meno di appeal negli emergenti probabilmente risulta essere una sorta di anticipata “concorrenza” nella distribuzione della liquidità esistente in una prospettiva di avvio della exit strategy.
La Banca Mondiale taglia le stime di crescita mondiale dal 2.4% previsto in gennaio al 2.2% (per l’Europa la correzione passa dal -0.1% al -0.6%). Il taglio delle stime potrebbe, di conseguenza, determinare ulteriori riduzioni nei prezzi delle materie prime. La stessa BM segnala anche il rischio di surriscaldamento di alcune economie emergenti minori (Filippine, Ecuador, Vietnam, Tailandia, etc.)

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