Giappone sempre sopra gli scudi. Oltre al cambio e ai corsi azionari è bene però tenere d’occhio i rendimenti dei titoli di stato del Sol Levante perché i loro rendimenti sono letteralmente schizzati verso l’alto con livelli di volatilità considerevoli.
Certo, partendo da zero, i valori assoluti sono ancora “normali” ma simili variazioni di volatilità possono avere contraccolpi imprevedibili sui mercati dei derivati e sulla patrimonialità delle banche giapponesi.
I tassi a medio-lungo termine nelle ultime settimane stanno salendo anche in USA e Germania. Come per il Giappone questi rialzi avvengono in apparente contraddizione con le politiche espansive adottate dalle rispettive autorità monetarie. Un segnale di fragilità della ricetta giapponese?
L’ultimo dato sul deficit commerciale giapponese (che perdura ormai da dieci mesi e si accresce) non può certamente essere considerato un segnale di efficacia della Abeconomics. Il costo delle importazioni sta salendo molto più rapidamente dei ricavi da esportazioni.

La sola ipotesi di un rallentamento nel ritmo di QE da parte della Fed ha fatto scricchiolare l’apparentemente incrollabile ottimismo dei mercati azionari. Solo un segnale di ciò che potrebbe accadere in caso di semplice “rallentamento” nelle politiche di sostegno monetario?
In seno alla Bank of England, nell’ultima riunione periodica, le voci critiche in merito ad ulteriori quantitative easing di stimolo hanno prevalso.
Certo il -7.32% del Giappone non è un buon augurio per chi volesse intraprendere una concreta exit strategy

In Cina prezzi immobiliari e salari non sembrano raffreddarsi nonostante il relativo rallentamento dell’attività economica in atto ormai da mesi. Questo riduce la possibilità del governo cinese di adottare altre manovre espansive.
Se la marcata discesa dei prezzi delle materie prime sono indicativi della buona salute della locomotiva cinese…

Gli spread dei paesi periferici sono migliorati negli ultimi mesi anche perché l’esposizione verso l’estero, sia in termini di deficit commerciale sia in termini di richiesta di fondi per titoli, è diminuita. Dal punto di vista dei mercati esteri è scesa quindi la nostra “incidenza” come possibile rischio immediato. Il saldo della bilancia commerciale in molti paesi periferici è migliorato grazie alle svalutazioni interne (austerità) perché si è assistito ad una forte contrazione delle importazioni insieme ad un sensibile aumento delle esportazioni. Lo stock di debito di ogni paese periferico è sempre più “locale” e meno “europeo”. La corsa ai rendimenti, incentivata dalle banche centrali, ha fatto il resto.
Si ripropongono le crescenti difficoltà di rapporto fra il Regno Unito e il blocco dell’Euro come le difficoltà della Francia a considerarsi ancora parte dei cd paesi core dell’Euro.

Gli Stati Uniti non avranno bisogno di alzare il tetto del debito federale fino a dopo l’estate, per effetto di un miglioramento nei conti pubblici. In particolare grazie a contributi straordinari (rimborso di aiuti governativi concessi durante la crisi a Fannie Mae e Freddie Mac), il deficit americano potrà quest’anno risultare significativamente più basso degli anni passati. Alla diminuzione del deficit contribuiscono, in maniera meno significativa, entrate fiscali superiori alle previsioni anche se la dinamica strutturale delle spese pubbliche complessive non è significativamente variata.

A Cipro i controlli sui movimenti di capitale sono ancora in essere: si parla di uscita “graduale” dalle misure prese il 25 marzo di quest’anno.

 

Piaciuto l’articolo? Condividilo!