La questione aperta in Europa oggi è: fine dell’Austerity? Il blocco dei Pigs più un’incerta Francia riusciranno ad imporre una nuova linea di condotta politica all’area Euro? Fino a che punto? Se il discorso si limitasse a scomputare gli investimenti dagli indebitamenti complessivi degli Stati sarebbe poca cosa…
Abbandonare il “rigore” senza oltretutto utilizzare lo strumento, pur effimero, della monetizzazione rischia di avere effetti poco rassicuranti sulla stabilità finanziaria dell’area Euro. Si vedrebbero aumentare più velocemente i debiti mentre, nel contesto attuale, gli effetti sulla crescita potrebbero essere insufficienti.
I dati economici dell’area Euro nel complesso rimangono deboli sul lato dell’occupazione, dei consumi e della produzione. Mentre i paesi Pigs non sembrano dare segni di ripresa, dopo le forti cadute del PIL, i cosiddetti paesi core evidenziano un rallentamento economico marcato (Francia, Olanda).
La Grecia ha approvato le disposizioni concordate con la Troika, ancora nel segno dell’austerità. In base alle norme dovrebbero arrivare i primi licenziamenti di dipendenti pubblici (circa 15 mila entro il 2014) e una rimodulazione delle imposte sulla proprietà. Il problema è capire come andranno le entrate fiscali nel loro complesso vista la situazione economica ancora molto debole. Il processo di ricapitalizzazione delle banche greche prosegue anche se con difficoltà (Alpha Bank e Banca del Pireo pare siano riuscite a trovare quel minimo di capitali privati per non cadere in mano statale); questo concede tempo.
Spagna e Francia hanno già dichiarato l’intenzione di non rispettare gli impegni di deficit precedentemente presi. La Francia sembra essere il Paese più sotto osservazione a causa della velocità con cui i suoi indicatori economici si stanno deteriorando.
L’Italia ha un deficit relativamente contenuto. Lasciar salire il deficit per politiche d’incerta utilità potrebbe essere pericoloso vista l’enorme massa di debiti già accumulata. Fare più debiti senza riforme strutturali sarebbe mal giudicato dai mercati.
La Germania invece registra dati positivi nella produzione e negli ordini che finiscono però per accrescere il gap fra il core e la periferia dell’area Euro.

Siamo nuovamente nella condizione di veder crescere i corsi delle azioni e scendere i rendimenti delle obbligazioni. Infondo è un bene… finché dura. Forse sui mercati azionari stiamo prezzando una bassa crescita tendenziale come una duratura prosperità. In assenza di dati macroeconomici realmente positivi (su consumi, occupazione, produzione e non solo esportazioni) difficilmente queste crescite dei mercati saranno sostenibili. Non bisogna dimenticare che sono gli effetti delle politiche delle banche centrali a sostenere artificialmente i mercati. Anche la Bce ha agito sull’unica leva che le resta, non potendo fare QE in senso proprio, riducendo i tassi e “minacciando” persino tassi negativi. Da notare come di volta in volta i “rilanci” debbano essere sempre più alti, più impegnativi. Non per nulla anche Corea del Sud e Australia hanno dovuto abbassare i loro tassi di riferimento.
Difficile dire cosa accadrà quando l’azione delle banche centrali si arresterà o anche solo rallenterà. A quel punto il flusso annuo del rinnovo dei debiti nominali, attualmente in continua crescita, da chi verrà sostenuto? Su chi graverà e quali conseguenze determinerà? E’ bene non dimenticare che i tassi prossimi a zero sono un privilegio anomalo di cui stanno godendo in
molti in questo momento.

Dopo un periodo di “silenziamento”, dalla settimana entrante si ripresenteranno le questioni statunitensi del tetto del debito e del deficit.
Lo Yen ha oltrepassato quota 100 sul dollaro, la svalutazione da novembre dell’anno scorso ha superato ampiamente il 25%. La cd Abenomics sta ottenendo i risultati sperati almeno in termini di cambio e di apprezzamento dei corsi azionari. Per il resto ora occorre attendere.

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