Questo è un piccolo schema logico privo di qualsiasi pretesa accademica ma utile ad esplicare un dubbio.
Le ipotesi:
1. Un mondo fatto di quattro paesi (A, B, C e D) che utilizza un’unica moneta;
2. Le risorse di base sono accessibili nella misura necessaria per tutti i paesi;
3. Il paese A ha accumulato storicamente più ricchezza degli altri paesi;
4. Nel paese A vi è piena occupazione, una produttività migliore e un tasso di crescita più alto rispetto agli altri paesi;
5. B, C e D sono fra loro praticamente uguali per caratteristiche economiche e per sistemi istituzionali;
6. B, C e D hanno un tenore di vita storicamente inferiore rispetto ad A (e quindi salari medi inferiori ma non tali da richiamare investimenti dall’estero) e un tasso di disoccupazione significativo;
7. Per nessun paese vi sono problemi di bilancio e tutti e quattro hanno vincoli costituzionali che impediscono la formazione di debito pubblico eccessivo;
8. Il commercio fra i diversi paesi è limitato rispetto al PIL di ognuno di essi;
9. Nessun paese paga sussidi di disoccupazione (chi non lavora non merita!).

Le ipotesi sono molto forti ma hanno l’obiettivo di eliminare elementi che “sporcano” la valutazione degli effettivi vantaggi degli investimenti esteri. Il cuore dei vantaggi degli investimenti esteri deve derivare dai meccanismi generati direttamente dagli stessi e non da altre valutazioni collaterali (minor deficit, maggior commercio mondiale, recuperare un deficit energetico, etc.).
I detentori di ricchezza di A, visti i soddisfacenti livelli di crescita e di occupazione del loro paese, vorrebbero poter investire anche altrove. Il Governo di A crede nella libera impresa e ha comunque scarsi poteri di regolamentazione.
In t+1 il paese B decide di imporre una riduzione del suo salario minimo del 20% e adotta una normativa che facilita i licenziamenti e l’esportazione dei profitti. L’obiettivo è incentivare l’investimento estero in modo da creare più occupazione. In effetti una parte dello stock di ricchezza di A si trasferisce verso B in cerca di profitti. In termini logici il vantaggio netto in termini di ricchezza per il paese B potrebbe essere:

VB netto = Spese per allestire la produzione a carico degli investitori provenienti da A + salari ai residenti su esportazioni + tasse pagate da non residenti + indotto residente su esportazioni – costi sociali della manovra di incentivazione – costi ambientali determinati dalle nuove produzioni

Dal punto di vista del paese B si ritiene opportuno considerare solo i vantaggi da esportazioni perché gli altri sarebbero una mera conseguenza di una ridistribuzione della ricchezza interna (da chi compra i prodotti ai salariati, ai potenziali co-investitori “interni” e ai beneficiari delle maggiori tasse incassate). Questa ridistribuzione di ricchezza, attraverso ad es. un meccanismo di consumo-salari-consumo, potrebbe generare una crescita interna purché non si traduca troppo in maggiori importazioni (con conseguente trasferimento di ricchezza all’esterno). La ridistribuzione interna potrebbe peraltro essere ottenuta, potendo anche “indirizzarla” meglio in termini di equità, attraverso una politica specifica. Si potrebbe obiettare che comprare liberamente qualcosa prodotto grazie a degli investimenti esteri è diverso che subire una imposizione, anche se finalizzata ad un presunto vantaggio in favore della cittadinanza a cui si appartiene. Certo, risulta essere meglio “comprare” se possedere (grazie al “proprio” merito) più degli altri viene prima di un’ampia distribuzione delle risorse. Quali principi sono stati posti a fondamento della cittadinanza? Qual è l’utilità umana dell’operazione? La preservazione dell’accumulazione dei “meritevoli” o un equo bilanciamento, per i cittadini di oggi e di domani, fra libertà, tutele e solidarietà? Come si risolve il dubbio determina il credere o meno alla favola.
Comunque determinati i diversi meccanismi di consumo-denaro-consumo, se non gestiti in un contesto di sostenibilità, potrebbero poi accelerare un mero fenomeno di depauperamento delle risorse del paese B ipotecando il futuro delle successive generazioni. Dubbio conseguente: un’accelerazione incentivata nell’interesse di chi?
Tornando alla politica sui salari di B si potrebbero evidenziare, in sintesi, alcune problematiche che questa potrebbe comportare:

1. Nel tempo i profitti esportati dagli investitori di A dovrebbero superare l’investimento iniziale importato (altrimenti: perché farlo?) determinando di fatto un effetto ricchezza negativo per B. Solo se B “scorrettamente”, in un certo momento t+n, nazionalizzasse i beni degli investitori esteri o imponesse ad essi una tassa imprevista potrebbe trattenere una parte della ricchezza che altrimenti uscirebbe dal paese.
2. Visto quanto fatto da B anche C e D potrebbero a quel punto, spinti da buone intenzioni liberiste, adottare la stessa politica dovendo però inevitabilmente offrire un maggior “incentivo”. La corsa al ribasso non credo avrebbe effetti sociali particolarmente positivi nei tre paesi…
3. Quando l’impresa frutto degli investimenti esteri sarà obsoleta su chi ricadrà il costo della dismissione o della riconversione? Su chi ricadrà il costo del ricollocamento del lavoratori?
4. La riduzione generalizzata dei salari in B determinerà ragionevolmente una riduzione di consumi e una sperequazione dei redditi in favore degli imprenditori. Questo potrebbe anche essere positivo se la maggior concentrazione di ricchezza si trasformasse in investimenti nel paese B.
5. Cosa accadrebbe poi se l’incentivo offerto da B fosse di tale rilievo che anche imprenditori che producono in A decidessero di sfruttare l’opportunità valutando l’utilità di una delocalizzazione? Non credo che in questo caso si innescherebbe un processo sociale positivo in A…

L’utilità salvifica degli investimenti esteri mi sembra quindi abbastanza dubbia e tutta da verificare. D’altra parte, il solo buon senso dovrebbe farci dubitare della favola degli investimenti esteri. Se tutti li cercassero per sé, salvo ipotizzare un intervento alieno, chi assumerebbe il ruolo del “generoso” che si sacrifica per gli altri? Inoltre, gli investimenti per loro natura hanno obiettivi diversi dal benessere sostenibile di un paese. Il loro primo obiettivo è fare profitti… determinare trasferimenti di ricchezza in uscita… e non opere pie. Se spostiamo poi la nostra attenzione agli investimenti puramente finanziari provenienti dall’estero, privi di vincoli di permanenza, gli elementi predatori e destabilizzanti si moltiplicano. Ossia, se non si pongono “vincoli di serietà” agli investimenti, in merito alla sostenibilità di lungo termine degli stessi, il risultato è una forte esposizione alle speculazioni finanziarie. Non si tratta di vietare gli investimenti dall’estero ma semmai di evitare di condizionare le politiche interne in funzione prioritaria di essi. Gli investimenti dall’estero non sono una male in sé come non sono un bene in sé. E’ importante che il Paese ospitante crei le condizioni per uno scambio equo. Lo scambio: sfruttamento del risorse del Paese (compreso il lavoro) contro denaro non è un scambio equo, salvo che entrambe le parti adottino il sistema di valori tipico degli speculatori.
Ma proviamo ancora a pensare “positivo” (“moderno” e “liberista”). Immaginiamo allora un povero paese, che chiameremo Alfa, privo di sufficiente ricchezza utile ad avviare una propria economia profittevole (denotata cioè da una adeguata crescita). Ora ipotizziamo Beta, paese ricco e prospero con molti soggetti economici pronti ad investire all’estero. Quali offerte-garanzie dovrebbe proporre Alfa a Beta al fine di ricevere flussi di ricchezza a sostegno della sua economia? Beh, se Alfa avesse risorse naturali o forza da lavoro da offrire a prezzi “convenienti” se ne potrebbe parlare. Qualche briciola ad Alfa potrebbe anche rimanergli… Quante volte, storicamente, questa offerta è stata fatta e si è concretizzata in un mero banchetto per pochi eletti (esteri e interni)? In quanti casi si è tradotta in una più equa distribuzione della ricchezza nel paese destinatario degli investimenti? Considerando che negli ultimi trent’anni la ricchezza mondiale ha continuato a concentrarsi sempre più… direi… quasi mai!?
Riassumendo: l’investimento estero non è un male in sé ma deve inserirsi in un progetto di sostenibilità e non può mai costituire una priorità rispetto alla tutela delle persone e dei beni del Paese ospitante… in my opinion.

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